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Il franco forte crea incertezze per le aziende ticinesi: "Alcune chiedono già l'orario ridotto"
Redazione
23.01.2024 08:05

Le imprese ticinesi sono sotto pressione a causa del franco forte e in diverse hanno già fatto richiesta del lavoro ridotto. Stefano Modenini (AITI): "È un segnale d’allarme che non si può sottovalutare".
È una situazione che fa meno rumore rispetto al passato
quella del cambio euro-franco, ma solo all’apparenza. È ormai da diverso tempo
che la soglia del cambio si attesta intorno allo 0,93 centesimi per un euro, con
una soglia minima raggiunta poche settimane fa. Cifre che, quando raggiunte una
decina di anni fa, avevano creato code fuori dagli uffici cambio. Un trend che procede
inesorabilmente da quando la BNS nel febbraio del 2015 aveva annunciato a
sorpresa l’abolizione della soglia minima di cambio di 1,20 franchi per un
euro, in vigore dal 2011. Decisione che aveva fatto scendere in pochi minuti il
corso dell’euro e che da lì, alla soglia minima non è più tornato. Una discesa altalenante, avvenuta un po’ in sordina e a
tratti anche conveniente per gli acquisti o le vacanze oltre frontiera. Ad oggi
però sta mettendo a dura prova le aziende del nostro cantone. “È una situazione
pericolosa, significa che diventa sempre meno giustificato produrre in Svizzera
perché è un paese troppo caro”, spiega ai microfoni di Ticinonews il direttore
di AITI Stefano Modenini. “Se questa condizione viene giudicata stabile dalle
aziende, quello che può succedere è che queste decidano di non svolgere più in
Svizzera una parte della loro produzione, bensì in paesi meno cari”. Più a
breve termine “quello che vediamo è una tendenza maggiore a chiedere l’orario
ridotto da parte delle imprese”.
“Situazione sotto controllo, ma può cambiare facilmente”
Un rischio dunque a medio termine di delocalizzazione,
mentre l’attuazione del lavoro ridotto è un fenomeno già in atto anche nel
nostro cantone. I nomi al momento noti sono la Riri di Mendrisio e la Georg
Fischer di Losone, ma non sono le uniche. “Si tratta di imprese importanti nel
cantone e questo è un segnale d’allarme, perché se tali aziende chiedono il
lavoro ridotto vuol dire che la congiuntura sta peggiorando”, prosegue Modenini.
Oggi il fenomeno in Ticino rimane circoscritto “ma può esplodere abbastanza
velocemente, quindi è bene che anche il Cantone sappia che al momento la
situazione è ancora sotto controllo, ma può cambiare facilmente dalla sera alla
mattina”.
Rischi aziendali e lavoro ridotto
Al momento, anche Oltralpe, sembrerebbe che la concessione
del lavoro ridotto sia limitata, decisione che AITI appoggia, ma che al mondo
delle industrie potrebbe costare dei posti di lavoro. “La questione, per cui
siamo già intervenuti anche presso il Consiglio di Stato, è che non bisogna considerare
come rischio aziendale tutto quello che sta avvenendo contemporaneamente”,
rileva il direttore di AITI. “La pandemia è diventata un rischio aziendale per
le conseguenze che ha. Per quanto concerne invece gli episodi bellici attualmente
in corso in alcune parti del mondo, se c’è una contemporaneità di questi eventi,
non possono essere considerati un rischio aziendale secondo noi, perché l’orario
ridotto serve a mantenere la manodopera”. Se non viene concesso “una conseguenza
può essere che l’azienda è costretta a licenziare”, conclude Modenini.
Differenze tra i settori
I settori più colpiti sono quelli legati all’esportazione,
in particolare l’industria metal meccanica, l’industria che produce le
cosiddette macchine utensili, il settore automobilistico, ma anche la
farmaceutica e i beni di lusso come l’orologeria. Aree per cui il futuro si
prospetta tutt’altro che roseo.
Beretta: “La chiave sta nell’essere sempre produttivi”
Come detto, per
alcune aziende potrebbe farsi largo la tentazione di delocalizzare.
Tuttavia, la Svizzera negli anni passati è riuscita comunque a tener
banco al tendenziale apprezzamento del franco
e non è stata oltremodo danneggiata, come conferma
anche Edoardo Beretta, professore di macroeconomia
internazionale all'USI. “La
chiave sta nell'essere sempre più produttivi
e avere un prodotto sempre più diversificato e unico,
particolare, ad alto valore aggiunto”, afferma
Beretta. “È chiaro che se il tasso di cambio dovesse
continuare con questo trend, andrebbe a creare
una variabile inaspettata
nelle dinamiche di crescita della Svizzera”.
Il ruolo della BNS
La domanda che in
molti si pongono adesso è come mai la Banca Nazionale Svizzera non agisca
più, cosa che invece aveva fatto in passato. “La BNS ha tratto in parte anche
vantaggio per l'economia svizzera da un apprezzamento del franco, che ha protetto l'economia dalle
vampate inflazionistiche che si sono
registrate soprattutto l'anno scorso in
eurozona, principale partner
commerciale svizzero”, precisa Beretta. In
altre parole “un franco forte ha fatto sì che
l'inflazione importata, cioè incorporata nei
beni e nei servizi di import estero sia stata attutita. È come una coperta, che si tira in
una o l'altra direzione, e chiaramente può andare a beneficio di un settore, ma magari meno di un altro”.

