L'intervista
L'Oasi di Pace in Israele: "Siamo stati attaccati fisicamente più volte"
Redazione
11.05.2024 08:04

Nir Sharon e Samah Salaime spiegano ai microfoni di Ticinonews il villaggio in Israele di cui sono codirettori. Il progetto ospita 3'000 persone e sfida il conflitto in Medio Oriente.
La Fondazione Federica Spitzer ha promosso a Lugano un incontro con un israeliano e una palestinese. I due sono co direttori del villaggio Wahat al-Salam/Neve Shalom, Oasi di Pace in italiano, ossia un progetto che ospita 3'000 persone per metà palestinesi e per metà ebrei. Il villaggio, fondato nel 1970, è un modello di uguaglianza, d'integrazione e rispetto reciproco e sfida il conflitto permanente in Medio Oriente.
Cos'è il progetto Wahat al-Salam/Neve Shalom
Nir Sharon: "È un progetto di costruzione
di pace. È un progetto educativo che mostra che una società comunitaria nella
regione del Medio Oriente è possibile. In questo momento 3'000 persone con 100 famiglie,
ma speriamo che il numero possa aumentare".
Quali attività promuovete nel villaggio?
Samah Salaime: "È un villaggio che ospita
50% famiglie palestinesi e 50% famiglie ebree israeliane. Le persone all’interno
del villaggio hanno deciso di vivere insieme, già da 45 anni, per stabilire una
comunità che crede nella pace. Le prime 4 famiglie che hanno fondato il
villaggio hanno dato l’esempio per condividere la vita, la pace e educare le
prossime generazioni. Abbiamo 3 progetti educativi: il più grande è la scuola
elementare ed è la prima scuola bilingue e binazionale della nostra regione. Ciò
significa che i bambini arabi crescono assieme ai bambini ebrei: è un modello
veramente unico perché in Israele le scuole sono ancora segregate. Io, per
esempio, ho frequentato la scuola elementare per arabi accanto a quella per ebrei.
Nella nostra scuola insegniamo arabo, ebraico e inglese. L’altro grande
progetto è la scuola per la pace. Lavorare con i bambini è molto più facile che
con gli adulti. Mettiamo insieme genitori, studenti e lavoratori di diverse professioni
nelle stesse condizioni, con le stesse regole, per dialogare. È un intervento a
lungo termine che supera il concetto di workshop faccia a faccia. Cerchiamo di
far discutere palestinesi ed ebrei per trovare delle soluzioni e dei
compromessi per il conflitto israelo-palestinese. La terza incredibile
struttura invece è il Centro Spirituale Pluralistico di comunità. Fornisce attività
e strumenti legati all’arte, alla documentaristica, alla cultura e soprattutto
alla pluralità religiosa. Non abbiamo bisogno di una sinagoga, di una moschea o
di una chiesa: crediamo nel culto privato e ci arricchiamo da ogni religione".
Quali sono i valori principali?
Nir Sharon: "Il primo valore è la costruzione
di una situazione di pace. Sottolineiamo anche l’uguaglianza, la giustizia e la
dignità. Il rispetto verso il prossimo è il nostro principio. Il valore è una
parola importante, ma pensiamo di basare tutto sull’umanità. Non inventiamo
nulla di nuovo, agiamo da essere umano".
Samah Salaime: "Parliamo di uguaglianza,
perché lo stato israeliano ha creato delle classi di cittadini. Io, da
palestinese, sono una cittadina di serie b. Gli ebrei hanno più diritti e più
privilegi, come per esempio entrare in più luoghi rispetto a me, eppure
paghiamo le stesse tasse. Per noi non deve esistere una supremazia da parte di
una nazione. Noi mettiamo la persona prima della nazionalità e della religione
e vogliamo combattere attraverso la democrazia".
Ci sono pressioni da parte del governo israeliano?
Samah Salaime: "Le pressioni arrivano dalla
destra israeliana. Siamo stati attaccati fisicamente più volte. Tre anni fa è
stata attaccata anche la Scuola per la Pace e la Libreria della Pace. Sappiamo
di non essere popolari cambiando il pensiero unico e la narrativa israeliana.
Negli ultimi 20 anni stiamo combattendo contro il governo. Ci tuteliamo tra di
noi, perché sappiamo di non avere alcun tipo di supporto. Sappiamo però che nel
mondo e in Palestina c’è gente che ci sostiene. Quando il mondo è pronto ad
imparare cosa stiamo facendo, noi abbiamo qualcosa da offrire. Quando la guerra
è iniziata sono arrivati molti giornalisti da tutte le parti del mondo. Nessun media
israeliano invece si è fatto vivo: non vogliono ascoltare una voce diversa. La
cosa particolare è che quando è iniziata la catastrofe, il governo israeliano voleva
mostrare al mondo che c’è un progetto che crede nella pace all’interno del loro
paese, ma noi sappiamo che non ci supportano; quindi, abbiamo rifiutato di
essere utilizzati come villaggio-immagine".
Cosa ne pensate delle occupazioni universitarie in Svizzera?
Nir Sharon: "Penso che le proteste e le manifestazioni sono l’emblema della
democrazia. Anche se c’è qualcosa difficile da sentire, grazie alla democrazia,
tutti possono ascoltare. Per esempio, io partecipavo alle manifestazioni per la
democrazia in Israele prima della guerra e ovviamente c’è una grande varietà d’opinione
all’interno di ogni manifestazione. Noi, nel nostro villaggio, accettiamo ogni forma
di pensiero: è il modo giusto di agire, anche se non si è d’accordo con ogni opinione.
Se un’opinione diversa dalla mia può accrescere il mio essere, sono contento di
ascoltarla".
Samah Salaime: "Ascoltare le proteste dei giovani studenti è una delle forme di democrazia.
Non possiamo zittire tutti: lo so che sono voci problematiche, ma la maggior
parte delle persone che manifesta il loro dissenso vuole che la guerra
termini e io condivido appieno questo messaggio".

