La diretta
Teheran: «Lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché gli USA non cambieranno atteggiamento»
Ats, Red. Online
09.08.2026 07:34

Foto: ©Amirhosein Khorgooi
Sono diverse le rivendicazioni: per Teheran gli americani devono innanzitutto «porre fine per sempre alla guerra e all'aggressione contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq» - TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
23:38
«Oltre 100 attacchi da parte di Israele contro i giornalisti palestinesi a luglio»
Il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha documentato 108 attacchi perpetrati da Israele contro giornalisti e operatori dei media palestinesi nel solo mese di luglio. Lo scrive l'agenzia Wafa.
Il Comitato per le libertà del sindacato ha denunciato che gli attacchi documentati includevano arresti, pestaggi, interrogatori e ostruzione del lavoro dei giornalisti, nonché l'utilizzo di granate stordenti e gas lacrimogeni, aggressioni da parte di coloni, irruzioni in case e sedi di organi di informazione, e il sequestro e la distruzione di attrezzature giornalistiche. Inoltre sono stati registrati 58 casi di brevi detenzioni e restrizioni alla libertà di informazione dei giornalisti, rendendo queste due forme di violazione le più frequentemente documentate durante il mese, in un contesto di continue restrizioni alla capacità dei giornalisti di coprire gli eventi sul campo.
Il comitato ha anche documentato 11 aggressioni perpetrate dai coloni contro giornalisti e troupe televisive, tra cui aggressioni fisiche, spintoni, minacce e tentativi di impedire ai giornalisti di svolgere il proprio lavoro, in particolare durante la copertura di incidenti e violazioni in diverse aree della Cisgiordania.
Il Comitato per le libertà ha inoltre documentato due casi di espulsione di giornalisti dalla moschea di Al-Aqsa, a seguito di provvedimenti che vietavano loro l'accesso ai cortili della moschea per determinati periodi.
22:58
Esercito yemenita: «Ripresi gli attacchi degli Houthi contro Mocha»
Gli Houthi yemeniti, allineati con l'Iran, hanno ripreso gli attacchi in serata contro la città portuale di Mocha, sul Mar Rosso. Lo ha dichiarato un portavoce militare yemenita, scrive la Reuters sul suo sito.
Le immagini trasmesse dalla televisione Al Masirah, affiliata agli Houthi, hanno mostrato il lancio di diversi missili balistici e droni, che, secondo il portavoce militare Houthi Yahya Saree avevano come obiettivo le truppe e depositi di armi sauditi.
L'esercito yemenita, da parte sua, ha dichiarato su X che le difese aeree stavano intercettando diversi droni, aggiungendo che gli attacchi degli Houthi avevano preso di mira i quartieri residenziali di Mocha.
22:13
«Il piano di Trump è l'unica via da seguire»
Il piano per Gaza sostenuto dagli Stati Uniti, respinto oggi dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, rimane «l'unica via da seguire» per evitare che si ripeta l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Lo ha dichiarato il responsabile del Board of Peace istituito dal presidente Donald Trump.
«L'opzione che proponiamo oggi è l'unica strada percorribile per garantire che questa tragedia non si ripeta», ha affermato Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Comitato per la Pace per Gaza, in un'intervista all'emittente israeliana Channel 12.
22:12
Oltre 4.300 morti in Libano nei raid israeliani dal 2 marzo
Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani contro il Libano hanno causato 4.335 morti dal 2 marzo scorso, data in cui le ostilità tra Israele e Hezbollah sono sfociate in una guerra totale.
Stando all'emittente al Jazeera, i feriti sono invece 12.277.
19:23
Hamas riafferma il suo impegno per il piano di Trump
Hamas «riafferma il suo impegno ad agire seriamente e responsabilmente per attuare» il piano in 15 punti sulla Striscia di Gaza avallato dagli Usa in seno al cosiddetto Board of Peace: piano già accettato dall'organizzazione islamico-radicale palestinese e respinto invece oggi dal premier israeliano Benyamn Netanyahu.
Lo ha detto un suo dirigente alla Bbc britannica, ribadendo peraltro la sollecitazione ai «mediatori» affinché assicurino «che tutte le parti si attengano a quanto è stato concordato».
19:06
Gaza: Netanyahu boccia il piano di Trump
Per la prima volta dall'annuncio di Donald Trump di un accordo su Gaza il 31 luglio, due giorni dopo il loro faccia a faccia, Benyamin Netanyahu ha rotto il silenzio, annunciando la sua posizione sul piano del Board of Peace: «Israele respinge il documento dei 15 punti.
L'esercito di Israele (Idf) non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato dalle armi, pesanti e leggere». Non solo, ha bocciato anche la prospettiva di uno Stato palestinese prefigurata dal piano: «Finché sarò premier, non ci sarà, né a Gaza né in Cisgiordania. Né 'Fatahstan' né 'Hamastan'».
Le parole pronunciate dal premier israeliano all'apertura della riunione di gabinetto hanno raccolto subito il plauso dell'ala oltranzista del governo: «Lo ringrazio per avere chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas», ha detto Betzalel Smotrich.
Dal campo però arrivano notizie diverse: la Radio militare ha riportato che due settimane fa, in concomitanza con la decisione di permettere l'ingresso nella Striscia delle prime truppe marocchine e ugandesi della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) - uno degli elementi del piano Trump -, il rango politico aveva approvato l'inizio dei lavori di ricostruzione in una «zona pilota» a Rafah, che si trova nel perimetro della «Linea gialla», tuttora sotto il controllo dell'Idf.
Si tratta del progetto che nel Centro di coordinamento civile-militare sotto l'egida del Centcom USA, operativo dall'ottobre scorso nel sud di Israele, viene chiamato 'Rafah verde' ed è sovvenzionato prevalentemente dagli Emirati Arabi Uniti.
Secondo Channel 11, in questa area lo Shin Bet, i servizi interni israeliani, intende evacuare per primi i membri delle milizie, armate da Israele, che hanno collaborato con l'Idf durante la guerra: i clan Abu Shabab, Doghmush, al-Astal, al-Mansi, che sono nel mirino di Hamas.
«I primi abitanti della nuova Rafah saranno gli oppositori di Hamas, è nell'interesse israeliano», ha riferito una fonte dell'ufficio del premier all'emittente. Inoltre, a ridosso dell'area è già stato costruito un complesso che dovrebbe ospitare i primi 150 soldati di Rabat della Isf che a maggio avevano perlustrato l'area, dove in questi giorni circolano anche soldati USA, come testimoniano video diffusi dalla zona.
Netanyahu non ha però ancora fatto l'altro passo indietro richiesto da Smotrich, ossia la revoca del nulla osta per l'ingresso dell'Isf a Gaza. Secondo i commentatori, su questo il premier difficilmente potrà sottrarsi alla volontà di Trump, anche se farà di tutto per frenare qualsiasi ritiro prima delle elezioni del 27 ottobre.
Il premier aveva di fatto ricevuto una garanzia dall'inviato del Board Nickolay Mladenov che, dopo il loro incontro lunedì scorso a Gerusalemme, lo aveva aggiornato sul fulcro della diatriba: il ritiro dell'Idf avverrà solo dopo il disarmo di Hamas, armi personali comprese.
Avendo già incassato questa vittoria, il categorico rifiuto del piano sbandierato oggi da Netanyahu si presenta come un messaggio che parla innanzitutto all'elettorato israeliano, sempre più spostato a destra. Specie nel momento in cui il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eizenkot, ha bollato la pubblicazione della roadmap come «un fallimento» del governo rispetto all'obiettivo prefissato dalla guerra: l'eliminazione di Hamas.
«Divertente che questi attacchi provengano da chi voleva il ritiro dall'intera Striscia e non voleva attaccare Libano e Iran», ha aggiunto Netanyahu, lanciando la stoccata a Eizenkot che nel giugno 2024 era uscito dal governo di emergenza nazionale in polemica con l'allora decisione del primo ministro di conquistare Rafah.
Da notare inoltre che, mentre Trump sembra frenare l'escalation con l'Iran, almeno prima delle midterm, non ha ancora pronunciato un endorsement verso l'alleato israeliano.
18:51
Nuovo giallo a Teheran, Khamenei ha incontrato Pezeshkian
Nonostante i reiterati proclami lo Stretto di Hormuz resta bloccato, con l'Iran che chiede agli USA di accettare nuovi condizioni, tra cui il pagamento dei danni di guerra, e smentisce le voci su una Guida suprema in fin di vita.
Quest'ultimo, anzi, avrebbe incontrato di recente i militari e il presidente Masoud Pezeshkian. Intanto, gli alleati di Teheran in Yemen, i ribelli Houthi, hanno alzato il livello dello scontro attaccando pesantemente nel Mar Rosso quelli che definiscono «obiettivi sauditi», all'indomani del Patto della Mecca tra Ankara, Islamabad e Riad a cui secondo fonti turche potrebbe presto aderire anche Il Cairo.
«L'Ayatollah Mojtaba Khamenei ha incontrato il presidente Masoud Pezeshkian in occasione dell'inizio del terzo anno di mandato di quest'ultimo», è stato l'annuncio rilanciato in contemporanea da tutti i media ufficiali iraniani, compresa la Press Tv in lingua inglese.
I due, «hanno discusso a lungo delle sfide che il Paese deve affrontare, tra cui le esigenze di sostentamento della popolazione, la terza guerra di aggressione in corso, le prospettive future, gli sviluppi militari e la collaborazione economica con i partner stranieri».
Un incontro che, se confermato, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi considerando che l'anniversario dell'insediamento di Pezeshkian cade il 30 luglio. E che non sarebbe compatibile con le voci diffuse dai dissidenti all'estero che vedrebbero Khamenei «gravissimo, in punto di morte».
Poco dopo la pubblicazione della notizia corredata da una scarna foto, l'agenzia Mizan, organo ufficiale della magistratura iraniana, ha pubblicato le dichiarazioni di un vicecomandante dei Basij, la forza paramilitare volontaria iraniana subordinata ai Pasdaran, sicuro che verrà diffuso un video della Guida suprema in pubblico e durante incontri con i comandanti militari.
In attesa che il giallo si dipani, resta intricata la situazione nel Golfo: «I colloqui con l'Oman sono incentrati sulla gestione di Hormuz, sull'introduzione di nuove rotte e siamo alla fase finale, potremmo raggiungere un accordo ma ciò non significa che il traffico nello Stretto sarà aperto, perché prima gli USA devono accettare le nostre condizioni», ha ribadito il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, confermando che allo stato attuale non c'è un dialogo diretto con Washington.
Nelle stesse ore, i ribelli Houthi, a questo punto il gruppo più importante nella galassia della «Resistenza» antisionista di cui sono parte anche Hamas ed Hezbollah, hanno colpito con missili e droni sulle coste del Mar Rosso sia l'impianto petrolifero del gigante saudita Saudi Aramco a Jizan, scatenando un incendio, sia la zona yemenita di Mocha, controllata dai governativi sostenuti da Riad.
Qui, dove è stato preso di mira in particolare il porto di al-Makha, il bilancio è di almeno 11 morti, 8 soldati e 3 civili, e 35 feriti, hanno annunciato le forze governative. «E' certo e inevitabile che l'Arabia Saudita sarà costretta a lasciare lo Yemen e a pagare un risarcimento per ogni pietra che ha distrutto nel Paese», hanno rivendicato gli Houthi, con diversi analisti convinti che i ribelli possano cogliere l'attimo per rompere la tregua e conquistare altri pezzi di territorio, in particolare proprio la zona presa di mira oggi.
15:48
Hamas: «Gli USA facciano pressioni su Netanyahu per il piano su Gaza»
Gli Stati Uniti devono fare pressione su Israele affinché accetti la prossima fase del piano per Gaza. Lo afferma un funzionario di Hamas all'Afp, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele respinge l'accordo sostenuto dagli USA.
«Ci aspettiamo che i mediatori e il garante americano facciano pressione su Netanyahu e sul suo governo affinché rispettino la tabella di marcia e non ostacolino il processo per ragioni politiche ed elettorali interne», ha detto Bassem Naim, membro dell'ufficio politico di Hamas.
07:39
Forti esplosioni in Arabia Saudita
Forti esplosioni sono state avvertite nella zona di Al-Jubail, in Arabia Saudita, dove sarebbe stata colpita un'area industriale del gas. Lo scrive l'agenzia di stampa iraniana Tasnim su Telegram, citando fonti locali. Nell'area si sarebbero sviluppati incendi.
Il ministero dell'Energia dell'Arabia Saudita, citato dall'agenzia iraniana Mehr, ha confermato che un incendio si è verificato in una delle strutture appartenenti alla raffineria di Aramco a Jizan. Il ministero non ha fornito ulteriori dettagli sull'incendio, ma ha sottolineato che l'incidente non ha causato vittime.
07:34
Il punto alle 7
Teheran: «Lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché gli USA non cambieranno atteggiamento»
«Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale non si tirerà mai indietro; né in guerra né nei negoziati». Lo ha detto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell'Iran Mohammad Baqer Zolqadr, in una dichiarazione diffusa dai media nazionali e sui social.
«Correzione del comportamento - spiega l'alto funzionario di Teheran - significa: l'Iran non deve mai essere minacciato con alcun linguaggio e non si deve insultare ciò che è sacro per questa nazione. Porre fine per sempre alla guerra e all'aggressione contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq. Rimuovere il blocco navale strategico e ritirare le proprie forze militari (marittime e aeree) dai dintorni dell'Iran. Risarcire e ridurre i danni delle due guerre di aggressione e imposte contro l'Iran. Revocare le sanzioni crudeli e illegali contro la nazione iraniana. Sbloccare incondizionatamente i beni congelati e rubati del popolo iraniano».
«Queste - conclude Zolqadr - sono le rivendicazioni del popolo risorto dell'Iran, che sono state gridate nelle piazze e nelle strade durante centosessanta giorni di presenza ininterrotta».

