Massimiliano Robbiani
10 milioni: il punto di non ritorno che non possiamo permetterci
Red. Online
03.06.2026 11:39

Foto: ©CdT/Chiara Zocchetti
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Basta. È arrivato il momento di chiamare le
cose con il loro nome. La nostra Svizzera, quella fatta di ordine, di spazi
vivibili e di una coesione sociale costruita in secoli di impegno, sta venendo
smantellata pezzo dopo pezzo sotto i nostri occhi. La soglia dei 10 milioni di
abitanti non è solo un numero su un grafico statistico: è il limite
invalicabile oltre il quale la qualità della vita che abbiamo sempre conosciuto
si trasformerà in un ricordo lontano.
Siamo arrivati al punto di rottura. Le nostre
autostrade sono diventate parcheggi a cielo aperto, i treni sono regolarmente
al limite della capienza, le scuole soffrono per classi sovraffollate e il
mercato immobiliare è un incubo: chi ha un salario normale è ormai costretto a
fuggire lontano dai centri o a svenarsi per quattro mura. E perché tutto
questo? Per mantenere un ritmo di crescita demografica forsennato,
incontrollato, che non porta benessere diffuso, ma solo una pressione
insopportabile sulle nostre infrastrutture e sul nostro territorio.
Questa «emorragia» di cemento e
cementificazione non è una fatalità. Non è un destino ineluttabile scritto
nelle stelle. È la conseguenza diretta di una politica miope che ha preferito
la quantità alla qualità, che ha spalancato le porte senza curarsi di come il
nostro sistema avrebbe potuto reggere l'impatto. È una politica che ha
dimenticato chi in Svizzera ci abita già, chi lavora, chi paga le tasse e chi
vorrebbe solo poter continuare a chiamare casa un Paese che non sia esploso per
il sovrappopolamento.
Siamo di fronte a un’immigrazione
incontrollata, che non conosce pause e che non sembra avere una via di ritorno.
Se non poniamo un freno ora, il danno sarà irreversibile. Il paesaggio, la
natura, la serenità delle nostre comunità: stiamo sacrificando tutto
sull'altare di un modello economico che pensa solo a gonfiare i numeri,
ignorando il collasso sociale che ne deriva.
Abbiamo tra le mani l’unica vera arma in una
democrazia: il voto. Questa è la nostra ultima, grande possibilità per fermare
la deriva. Non possiamo più permetterci di restare a guardare, né di delegare
ad altri la difesa della nostra identità e del nostro territorio.
Andare alle urne non è solo un diritto, è un
dovere morale verso noi stessi e, soprattutto, verso chi verrà dopo di noi. Se
vogliamo davvero porre fine a questa emorragia, se vogliamo riprendere in mano
il controllo del nostro futuro prima che sia troppo tardi, la risposta deve
essere una sola: andare a votare, compatti, per dire basta a questo modello
insostenibile.
Il tempo delle chiacchiere è finito. Ora tocca
a noi. Non sprechiamo l’unica occasione che ci resta.
Massimiliano Robbiani, Lega dei Ticinesi.

