Alessandro Speziali
AVS 21: QUESTIONE DI GENER… AZIONI
Redazione
16.09.2022 10:09

Foto: ©Chiara Zocchetti
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La riforma sulla quale
votiamo il 25 settembre non è una questione di genere, ma di generazioni. La
sfida consiste nel mostrarci capaci di pensare anche a chi verrà dopo di noi,
donna o uomo che sia: mentre ci serviamo al buffet AVS, ci viene chiesto di
fare in modo che chi adesso sta iniziando la coda trovi ancora qualcosa da
mangiare. La logica dell’AVS è che le generazioni attive finanziano i pensionati.
Ha fatto bene Giovanni Galli a ricordarcelo, nel suo editoriale del 13
settembre. Con il pensionamento dei boomer e l’aumento della speranza di vita,
oggi la piramide demografica differisce profondamente da quando nacque l’AVS
nel 1948. È incontrovertibile: ci sono molti più pensionati, che vivono più a
lungo, e molti meno attivi a finanziare le pensioni. Sono così peggiorate le
prospettive dei giovani, ai quali oggi non resta che apparecchiarsi da soli un
terzo pilastro (o, per i più arditi, sperare in qualche colpo sui mercati
azionari o delle criptovalute).
Il dibattito sulla
votazione, tuttavia, è stato volutamente impostato nei termini di un derby di
genere: una confusione che non serve a nessuno - specialmente alle giovani
donne. Le cifre dicono che la sfida dell’equità nel trattamento previdenziale
si gioca più che altro nel secondo pilastro, non nel primo. Boicottare «AVS 21»
non contribuisce alla causa femminile e tiene in ombra la questione
generazionale. Chiariamolo subito: sebbene dagli anni del Dopoguerra a oggi la
situazione della parità di genere in Svizzera sia migliorata, come era
sacrosanto, il percorso da compiere rimane lungo. Un percorso analogo va però
compiuto anche a favore dell’equità intergenerazionale, troppo poco
tematizzata, benché colpisca tutti i giovani, donne e uomini.
Questo silenzio ci deve
preoccupare, poiché si tratta di una questione di giustizia non meno impellente
rispetto ad altre battaglie civili.
Tornando al 25 settembre:
un’indagine del Centro di ricerca congiunturale dell’ETH e della NZZ mostra
chiaramente che la stragrande maggioranza degli specialisti ritiene necessaria
questa riforma. Nonostante questo consenso, che poggia su dati indiscutibili,
osserviamo il crescente disagio per la disonestà intellettuale di ampi tratti
della campagna per il no. I manifesti descrivono scenari inesistenti («Pensione
a 67 anni?»), evocando fantasmi che solitamente compaiono all’estremo politico
opposto. La disinformazione del comitato referendario è addirittura confluita
nell’opuscolo della Confederazione, menzionando ipotetiche decisioni che il
Parlamento prenderebbe nel 2026 - siamo alla sfera di cristallo, ammantata dal
velo ideologico e da una notevole dose di malizia comunicativa, con insigni
esponenti eletti della sinistra che arrivano persino a negare il bisogno di una
riforma.
La verità è che dire sì il
25 settembre significa impegnarsi finalmente a riformare un sistema AVS
sostenibile nel tempo.
Non assumerci questo
compito, accampando scuse o cercando scorciatoie che sanno di pensiero magico
(«I miliardi della BNS!»), non farà che aumentare il peso sulle spalle delle
generazioni del futuro quel futuro che alcuni trattano come il tappeto sotto il
quale scopare gli errori della politica del presente.

