Partito Comunista
Giù le mani dai salari minimi!
Redazione
01.07.2026 13:36

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Il Parlamento svizzero ha recentemente approvato la mozione Ettlin, che
attribuisce ai Contratti Collettivi di Lavoro (CCL) dichiarati di
obbligatorietà generale il primato rispetto ai salari minimi cantonali. Il
Partito Comunista giudica molto negativamente questa riforma e sostiene quindi
il referendum lanciato dall’Unione Sindacale Svizzera, invitando la popolazione
a firmarlo.
Questa riforma non rappresenta solo un nuovo attacco dei partiti borghesi e del
padronato ai diritti dei lavoratori, ma è anche un attacco contro il
federalismo e i diritti popolari: sono stati i cittadini ad aver votato per
introdurre dei salari minimi a livello cantonale! Nei cantoni di Ticino,
Ginevra e Neuchâtel i salari minimi sono stati infatti già approvati
democraticamente, ma ora la Confederazione vuole privare il popolo e i vari
Gran Consigli della possibilità di stabilire, perlomeno sul loro rispettivo
territorio cantonale, tutele minime contro lo sfruttamento, il dumping
salariale e la sostituzione di manodopera.
Vale la pena sottolineare che siamo di fronte persino a un attacco allo stato
di diritto: non bisogna infatti scordarsi che i CCL sono contratti di diritto
privato negoziati fra sindacati e organizzazioni padronali: la riforma appena
approvata a Berna permette quindi a un accordo siglato fra associazioni private
di bypassare una legge dello Stato approvata democraticamente! Si crea insomma
un precedente potenzialmente grave che permetterà ai privati di aggirare in
futuro qualsiasi altra legge di interesse collettivo che non sia di loro
gradimento.
Il Partito Comunista è ben consapevole dei limiti giuridici oggi esistenti in
Svizzera che impediscono ai salari minimi di assumere un carattere
ridistributivo, riducendoli a esclusivi strumenti di politica sociale atta cioè
a contrastare la povertà e il drammatico fenomeno dei «working poor». Al
contempo il Partito Comunista è pure consapevole della loro importanza per
ostacolare la guerra fra poveri e la concorrenza fra lavoratori e per sostenere
quelle migliaia di persone che, pur lavorando, non riescono a coprire i costi
della vita. Difendere il salario minimo significa anche evitare che la
collettività, tramite l’assistenza sociale, finisca per sopperire a quello che
una parte irresponsabile del padronato causa versando salari da fame.

