Elio Del Biaggio
Il prezzo del silenzio
Redazione
30.05.2026 22:40

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Quando
esplode un caso di criminalità, il copione sembra sempre lo stesso: si
minimizza, si protegge, si evita di dire. E si finisce per confondere tutto -
cittadinanza, passaporto, origini - come se fossero la stessa cosa, quando in
realtà non lo sono affatto.
Il diritto
all’informazione e alla trasparenza non è né razzismo né vendetta: è semplicemente
democrazia. Quando i cittadini pagano - per accoglienza, aiuti, assistenza, giustizia,
carceri e sicurezza - hanno il pieno diritto di sapere. Se un fatto coinvolge
persone per le quali la collettività sostiene costi - tra assistenza sociale,
indennità, indagini, procedimenti giudiziari, custodia e carcerazione - è più
che legittimo che vengano resi noti gli elementi essenziali per valutarne
gravità, responsabilità e conseguenze. Non per alimentare una “caccia alle
streghe”, ma per esercitare un controllo democratico reale. Il principio è piuttosto
semplice: chi paga ha il diritto di sapere.
E invece,
troppo spesso, la comunicazione resta incompleta: pochi dettagli verificabili,
informazioni parziali o ambigue, quasi mai un quadro chiaro su identità,
origini e contesto. Le garanzie esistono ed è giusto che esistano - privacy,
presunzione d’innocenza, tutela delle vittime, procedimenti non sempre
definitivi - ma il problema non è la loro presenza, bensì un’applicazione
squilibrata che finisce per generare opacità. E quando l’informazione diventa
selettiva, al limite della reticenza, mentre i costi restano interamente
pubblici, il sistema perde credibilità.
Perché il
conto esiste ed è concreto. Il “welfare” o “Stato sociale” non è un concetto
astratto: significa miliardi di risorse pubbliche destinate ogni anno ad
accoglienza, assistenza, integrazione, sanità e sostegno al reddito. Ogni reato
ha un costo, ogni fallimento del sistema pesa - economicamente e socialmente -
e a pagare è sempre la collettività, spesso senza poter conoscere fino in fondo
ciò che davvero accade.
Non tutti
gli stranieri sono criminali, ovviamente. Ma è altrettanto evidente che,
secondo i dati ufficiali, esiste una sovrarappresentazione di stranieri in
alcune categorie di reati, anche gravi: negarlo non è rispetto, ma significa
soltanto rifiuto della realtà. E riconoscere un problema non significa
criminalizzare un’intera categoria, ma affrontare con serietà criticità legate
a integrazione, gestione migratoria e applicazione delle regole. Ignorarle, solo
per il timore di risultare scomodi, non rafforza la coesione sociale: al
contrario, la indebolisce.
Non è
un’eccezione svizzera: in Francia, Germania e Italia - restando ai Paesi
confinanti - sicurezza e immigrazione sono già al centro dello scontro
politico. E non certo per caso.
Uno Stato
serio deve essere chiaro: chi delinque paga. E per chi non è cittadino, le
conseguenze devono essere reali, non teoriche. Le espulsioni previste dalla
legge vanno applicate e le regole rispettate con coerenza, anche quando ciò
implica rivedere decisioni sbagliate o concessioni di cittadinanza ottenute con
troppa superficialità e leggerezza.
Perché il
punto è piuttosto semplice: senza trasparenza, senza responsabilità e senza
conseguenze, non c’è fiducia, ma c’è solo rabbia. E dove cresce la rabbia,
cresce anche l’insicurezza.
La Svizzera
ed i suoi cittadini meritano certamente di più: regole applicate, decisioni
coerenti, informazioni chiare: non silenzi comodi, disinformazione e ambiguità
sistematiche. Perché una società che non si fida più - e che si sente sempre
più insicura - è una società che ha già iniziato a perdere.
La vera
domanda, allora, è una sola: vogliamo continuare a gestire le conseguenze
oppure iniziare finalmente a governare le cause?
Elio Del Biaggio, ingegnere e consulente

