Usman Baig
Il ritorno dei bambini nascosti? Il prezzo umano del blocco dei ricongiungimenti
Redazione
29.05.2026 09:01

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C’è stato un momento,
nella Svizzera degli anni ‘60 e ‘70, in cui lo Stato ha provato a risolvere le
sue ansie sulla crescita demografica trattando le persone come semplici
strumenti. Tornando agli anni delle iniziative di James Schwarzenbach contro il
cosiddetto "inforestierimento", la storia non è fatta solo di
documenti e numeri. Sono stati anni in cui migliaia di lavoratori italiani
attraversavano i confini per gettare le basi del boom economico svizzero, ma
venivano etichettati con il soprannome sprezzante di "Tschingali".
Il provvedimento più
duro di quel periodo fu lo statuto del lavoratore stagionale: si poteva venire
in Svizzera a lavorare, spaccarsi la schiena nei cantieri, nelle fabbriche, nei
campi, ma le famiglie dovevano restare fuori. Quell’imposizione, il divieto di
ricongiungimento familiare, ha scritto una delle pagine più amare della storia
contemporanea svizzera: la realtà dei "bambini nascosti", figli di
immigrati costretti a vivere in clandestinità, chiusi in appartamenti e
baracche, con la paura costante di essere scoperti e rispediti oltre confine.
Max Frisch nel 1965 fu diretto: “Cercavamo braccia, sono arrivate persone”. Una
frase che dice tutto sul debito morale di un Paese che voleva lavoratori ma non
era pronto ad accettarne l’umanità.
Adesso, più di
cinquant’anni dopo, l’iniziativa popolare UDC "No a una Svizzera da 10
milioni!" rischia di riaprire quella ferita. Propone di nuovo meccanismi
automatici che ricordano quei tempi duri: se la popolazione supererà i 9,5
milioni, Berna dovrà per legge bloccare i ricongiungimenti familiari e
stringere le maglie sulle ammissioni provvisorie. Tagli netti ai diritti
fondamentali, come se bastasse tirare una leva per far sparire le persone dai
numeri.
E cosa vuol dire,
davvero, bloccare i ricongiungimenti familiari nella Svizzera di oggi? Vuol
dire dire a un medico, a un ingegnere, a un infermiere, o a un operaio
specializzato che vive, lavora e paga le tasse in Svizzera: “tu sì, la tua
famiglia no”. Praticamente, la tua competenza serve, ma chi ami deve restare
fuori.
Questo modo di fare
crea una spaccatura profonda, una ferita etica. Il diritto alla vita familiare
è sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ma qui lo si
calpesta senza troppi scrupoli. E le conseguenze sono concrete, non solo
teoriche:
- L’integrazione andata in fumo: una persona che lavora senza affetti vicini sta peggio, psicologicamente ed emotivamente. Non c’è motivazione a integrarsi davvero; la famiglia non è un ostacolo, è un motore per farlo.
- Addio attrattività: oggi la Svizzera gioca una partita globale per attirare i migliori tra medici, ingegneri, ricercatori. Ma chi è disposto a venire sapendo che dovrà lasciare figli o compagno fuori dal Paese? A quel prezzo, il talento va altrove.
E poi c’è il discorso
sull’asilo. L’idea di limitare anche le ammissioni provvisorie per chi scappa
da una guerra o dalle persecuzioni riduce la tradizione umanitaria elvetica a
una questione di puro calcolo. Non si guarda più al bisogno di chi soffre, ma
solo al numero sul contatore demografico.
In sostanza, l’iniziativa dei “10 milioni
bastano” cerca di risolvere veri problemi di pianificazione e infrastrutture
tirando la coperta in modo brusco, con rischi reali e soluzioni per nulla
sicure. Divideremmo la società in chi ha diritti di "serie A" e chi
di "serie B", solo per il passaporto. Non renderemmo la Svizzera più
vivibile: rischiamo, invece, di riportarla ai tempi dei muri invisibili e delle
famiglie spezzate. Dimenticando che la forza della Svizzera di oggi sta nella sua
capacità di mettere insieme rigore economico e rispetto per la dignità di ogni
persona.
Usman Baig, economista aziendale SUPSI/FHS

