Sara Rossini
La fatica di fare la propria parte
Redazione
16.06.2026 12:21

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In questi
giorni, complice la lettura di alcuni articoli ma soprattutto le situazioni che
incontro quotidianamente nel mio lavoro, mi sono ritrovata a riflettere sul rapporto
tra giovani e adulti.
Ci sono storie
che, a prima vista, sembrano parlare di un singolo ragazzo, di una famiglia o
di una situazione particolare. Poi però inizi a guardarle meglio e ti accorgi
che raccontano qualcosa di molto più grande.
E più osservo
ciò che accade nelle famiglie, nelle scuole e nelle aziende, più mi sembra di
intravedere un elemento ricorrente.
Ogni volta che
emerge una difficoltà che coinvolge un giovane, l'attenzione si concentra
immediatamente su di lui, sul suo comportamento, sulle sue scelte e sui suoi
errori. Molto più raramente ci fermiamo a riflettere sul contesto che lo
circonda.
Eppure, i
giovani non crescono nel vuoto. Crescono all'interno di famiglie, scuole,
aziende e comunità. Crescono osservando gli adulti che hanno attorno e il modo
in cui questi adulti affrontano le responsabilità, i conflitti, le difficoltà e
le conseguenze delle proprie scelte.
Per questo
motivo, dietro molte delle situazioni che oggi ci preoccupano, non vedo
soltanto una difficoltà dei giovani. Vedo una difficoltà crescente degli
adulti nel sostenere il proprio ruolo.
Ho
l'impressione che negli anni sia successo qualcosa di strano. Abbiamo iniziato
a confondere il comprendere con il giustificare, l'ascoltare con il rinunciare
a educare e l'essere vicini con il togliere ogni ostacolo dal percorso.
Forse alla base
di tutto questo c'è un elemento di cui si parla poco: la paura degli adulti di
sbagliare.
Mai come oggi
abbiamo avuto accesso a informazioni, esperti, libri, podcast, corsi e consigli
di ogni genere. Eppure, invece di sentirci più sicuri, sembriamo sentirci
sempre più fragili nei compiti che siamo chiamati a svolgere. È come se si
fosse costantemente alla ricerca della risposta giusta, della scelta giusta o
del metodo giusto, come se da qualche parte esistesse una formula capace di
garantire che si sta facendo bene.
Ma la vita non
è una scienza esatta.
Non esistono
genitori perfetti, docenti perfetti, manager perfetti o formatori perfetti,
come giovani perfetti. Non esistono percorsi privi di errori e non esistono
decisioni che garantiscano sempre il risultato desiderato.
Eppure, ho la
sensazione che molti adulti abbiano progressivamente perso fiducia nella
propria capacità di decidere. Quando arriva il momento di prendere una
decisione difficile emerge il dubbio. Quando bisogna mantenere una posizione
emerge il senso di colpa. Quando qualcosa va storto emerge l'incertezza.
Forse, però,
non si tratta soltanto della paura di sbagliare. Ho l'impressione che negli
anni si sia fatto strada un bisogno sempre più forte di essere approvati,
compresi e percepiti positivamente dagli altri.
Un bisogno
umano, naturalmente. Ma che rischia di entrare in conflitto con molti dei
compiti che siamo chiamati a svolgere.
Perché fare
ciò che riteniamo giusto e fare ciò che ci rende apprezzati non sempre
coincidono.
Ci sono momenti
in cui educare, guidare, gestire o richiamare qualcuno alle proprie
responsabilità significa accettare di non piacere. Significa accettare che
qualcuno possa non essere d'accordo, possa sentirsi frustrato o possa
considerare ingiusta una decisione.
Forse una parte
della difficoltà che vediamo oggi nasce proprio qui. Dal fatto che, come
società, stiamo facendo sempre più fatica a tollerare ciò che mette in
discussione l’immagine positiva che abbiamo di noi stessi, che alla fine è
legata anche al bisogno di sentirsi all’altezza del ruolo assunto, soprattutto
a livello professionale.
Questa dinamica
emerge nelle famiglie, dove molti genitori cercano continuamente conferme e
faticano sempre di più a sostenere decisioni che potrebbero generare
malcontento nel breve termine. La ritrovo nella scuola, dove gli insegnanti si
confrontano con un equilibrio sempre più delicato tra autorevolezza e
comprensione. La osservo nelle aziende, dove molti manager evitano confronti
difficili perché il conflitto viene percepito come qualcosa da evitare e non
come un'opportunità di crescita. E la vedo nei formatori, chiamati ad
accompagnare giovani molto diversi da quelli che hanno conosciuto in passato,
in un contesto che cambia rapidamente e che spesso mette in discussione
convinzioni costruite in anni di esperienza.
Sono situazioni
diverse, ma hanno qualcosa in comune. La tendenza a rimandare, a sperare che
sia qualcun altro a intervenire, a evitare una discussione difficile o a
posticipare una decisione scomoda. In altre parole, la difficoltà di sostenere
fino in fondo le responsabilità che derivano dalle scelte che compiamo.
Il problema è
che le conseguenze non spariscono. Si accumulano e prima o poi arrivano
comunque, spesso in una forma più grande e più difficile da gestire.
Nel frattempo,
il giovane cresce. O forse sarebbe più corretto dire che diventa più grande.
Perché
crescere e diventare adulti non sono la stessa cosa. Diventare adulti
significa imparare che esistono limiti, responsabilità, impegno, frustrazione e
conseguenze. Significa capire che non tutto è possibile, non tutto è immediato
e non tutto dipende dagli altri.
Ma questa
consapevolezza non nasce spontaneamente. Ha bisogno di adulti che abbiano il
coraggio di fare gli adulti.
Questo però non
significa che i giovani siano spettatori passivi. Prima o poi arriva un
passaggio inevitabile: smettere di guardare solo a ciò che è mancato e
chiedersi cosa possiamo fare noi, adesso. È qui che inizia la vera crescita.
Per questo non
credo che stiamo vivendo solo una crisi dei giovani, ma anche una crisi dei
ruoli e della fiducia che gli adulti ripongono in sé stessi. Una società
funziona quando ciascuno si assume la propria parte di responsabilità.
Forse dovremmo
ripartire proprio da qui: dal coraggio di fare la propria parte anche quando
non abbiamo la certezza di fare sempre la scelta giusta. Perché educare,
insegnare, formare e guidare non significa essere perfetti. Significa assumersi
la responsabilità di una scelta anche quando nessuno ti dirà grazie o bravo —
almeno non subito.
Sara
Rossini – fondatrice Fill-Up apprentice

