Lorenzo Onderka
La libertà del mercato vale anche per chi lavora?
Red. Online
07.08.2026 15:26

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Nei giorni scorsi mi è stato chiesto di
firmare l’iniziativa popolare «Freno all’amministrazione». Mi è stata
presentata anche come uno strumento per contrastare gli aiuti destinati
all’Ucraina. Leggendo il testo dell’iniziativa ho però scoperto che l’Ucraina
non vi compare e che l’obiettivo è un altro: limitare la crescita delle spese
per il personale dell’Amministrazione federale.
Tra le motivazioni dei promotori ve n’è una
che merita una riflessione: salari crescenti e nuovi posti nell’Amministrazione
federale sottrarrebbero personale qualificato all’economia privata, aggravando
la carenza di manodopera.
Ma se un lavoratore sceglie un impiego
pubblico perché offre condizioni migliori, maggiore stabilità o prospettive
professionali più interessanti, siamo sicuri che il problema sia il settore
pubblico? Non dovremmo piuttosto chiederci perché una parte dell’economia
privata fatichi a competere come datore di lavoro?
La domanda diventa ancora più interessante
perché questa iniziativa nasce in ambienti liberali, che da sempre chiedono
meno Stato, meno regole e maggiore libertà economica. Ma la libertà di mercato
vale soltanto per chi offre lavoro oppure anche per chi lo cerca?
In Ticino questa domanda assume un significato
particolare. Da decenni il nostro mercato del lavoro dispone di un’ampia
offerta di manodopera proveniente da oltre confine. Una situazione che ha contribuito
ad aumentare la concorrenza tra lavoratori e, in diversi settori, la pressione
sulle condizioni salariali. Ci è stato spiegato che anche questo appartiene a
un mercato del lavoro aperto.
Perché allora, quando è il settore pubblico a
concorrere con quello privato nell’attirare personale, la concorrenza diventa
improvvisamente un problema da correggere attraverso una norma costituzionale? Se
esiste realmente una carenza di personale qualificato, non dovrebbe essere
proprio il mercato a riequilibrare domanda e offerta attraverso salari,
condizioni di lavoro, formazione e migliori prospettive professionali?
Il
caso dell’edilizia ticinese rende la questione molto concreta. Parliamo di un
settore sostenuto anche da importanti investimenti pubblici e che dovrebbe
rappresentare uno sbocco naturale per i giovani residenti che decidono di
formarsi in questi mestieri. Eppure assistiamo a un paradosso: da una parte si
lamenta la mancanza di manodopera, dall’altra lavoratori residenti con diploma
AFC faticano a trovare impiego perché considerati troppo costosi rispetto alle
alternative disponibili oltre confine. Siamo quindi sempre di fronte a una
carenza di lavoratori? Oppure, almeno in alcuni casi, a un mercato che
preferisce manodopera meno costosa rispetto a quella qualificata che il nostro
stesso sistema professionale ha formato?
È qui che l’iniziativa «Freno
all’amministrazione» solleva, almeno per me, la domanda fondamentale. Se il
settore pubblico offre condizioni capaci di attirare lavoratori, la risposta
liberale dovrebbe essere limitarne per legge la capacità di competere? Oppure
lasciare che anche il settore privato risponda alla concorrenza migliorando la
propria offerta?
Perché se utilizziamo una norma costituzionale
per rendere meno attrattivo un possibile datore di lavoro, con l’obiettivo di
facilitare il reperimento di personale da parte degli altri, non stiamo forse
intervenendo proprio su quel mercato che diciamo di voler lasciare libero?
Non ho una risposta da imporre agli altri. Ma
prima di firmare un’iniziativa che vuole difendere la libertà economica, credo
sia legittimo porre una domanda molto semplice: la libertà del mercato vale soltanto per le
imprese che cercano personale, oppure anche per le persone che cercano le
migliori condizioni in cui lavorare?
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro.

