Marco Chiesa
La prima, ma non l’ultima, fattura di Bruxelles
Redazione
07.07.2026 19:03

Foto: © CdT/ Chiara Zocchetti
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La riforma europea sulla disoccupazione dei
frontalieri non è una sorpresa. È la conferma di un rischio annunciato. L’11
giugno scorso ho depositato una mozione con cui chiedo al Consiglio federale di
respingere, nel Comitato misto sulla libera circolazione delle persone, la
ripresa della modifica approvata oggi dall’Unione europea. La Svizzera non può
accettare nuovi obblighi finanziari che nascono da decisioni prese a Bruxelles
senza poterli governare e controllare.
Il punto è semplice: se la
Svizzera deve versare prestazioni a persone residenti all’estero, deve anche
poter verificare che cerchino realmente un impiego, che siano disponibili al
lavoro e che rispettino gli obblighi previsti dalla legge. Oggi questi controlli
sono fortemente limitati, perché la vigilanza resta nelle mani delle autorità
dello Stato di residenza. Pretendere che l’assicurazione contro la
disoccupazione svizzera si assuma nuovi oneri senza poter esercitare un
controllo effettivo è inaccettabile.
La Svizzera è il Paese in Europa
con il maggior numero di frontalieri e sarebbe quindi quello maggiormente
colpito da questa revisione. Secondo le stime della SECO, la riforma
comporterebbe costi aggiuntivi compresi tra 600 e 900 milioni di franchi all’anno.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. È una decisione presa a Bruxelles che
produrrebbe conseguenze dirette sulle finanze e sul sistema sociale svizzeri.
Su questo dossier è bene essere
chiari: la modifica non entrerà automaticamente in vigore. Potrà essere
adottata solo con il consenso esplicito della Svizzera nel Comitato misto. Non
siamo quindi di fronte a un fatto compiuto, ma a una scelta politica. Il
Consiglio federale ha il dovere di difendere gli interessi del Paese con una
posizione altrettanto chiara: nessun nuovo onere senza controllo, nessuna
prestazione senza verifica, nessuna ripresa automatica di decisioni prese
altrove.
Ma questa vicenda va ben oltre
la disoccupazione dei frontalieri. Riguarda il metodo. È il primo banco di
prova di ciò che rischia di diventare la normalità con i Bilaterali III e con
il meccanismo di ripresa dinamica del diritto europeo. Con quel meccanismo, il
costo politico e giuridico di un rifiuto aumenterebbe sensibilmente. Oggi la
Svizzera può ancora dire no senza essere vincolata da quella logica.
La sovranità non è uno slogan. È
la libertà di dire sì quando una scelta è nell’interesse della Svizzera e di
dire no quando non lo è. Oggi abbiamo ancora gli strumenti per farlo. Il
Consiglio federale li usi, con fermezza e senza esitazioni.
Difendere gli interessi della
Svizzera non è un’opzione. È un dovere. E i doveri si assolvono, non si
rinviano. Se a Berna dovesse mancare il coraggio di dire no, sarà il popolo
svizzero a ricordare che, nel nostro Paese, l’ultima parola non spetta a Bruxelles.
Marco Chiesa, municipale di Lugano e consigliere agli Stati (UDC)

