Io l'8 ogni giorno
Le affermazioni di Bertoli sono gravi
Redazione
21.10.2022 20:45

Foto: ©Chiara Zocchetti
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In occasione del dibattito
parlamentare sul caso dell’ex direttore di Lugano arrestato per atti sessuali
con fanciulli, hanno suscitato sdegno e sconcerto le parole del Consigliere
di Stato Manuele Bertoli che ha qualificato tale reato come “grave, ma quanto meno non
violento e che comporta un certo consenso”.
Affermazioni
gravissime che meritano di essere riportate e analizzate. Se le parole hanno
un senso, è bene allora usarle correttamente. Valutare la gravità di
un reato di natura sessuale sulla base del livello di violenza e coercizione
messo in atto dall’autore per obbligare la vittima a subire le sue avances e
i suoi abusi significa non aver capito nulla della realtà
delle violenze sessuali.
La stragrande
maggioranza degli stupri – ricordiamo che in Svizzera 1 donna su 10 ha già
subito rapporti sessuali contro la sua volontà – non coincide con quello che
è ancora oggi l’immaginario dominante di un’aggressione compiuta da uno
sconosciuto, armato di coltello, nel buio di un parcheggio o nel fondo di un
vicolo cieco, su di una vittima che cerca in tutti i modi di difendersi,
anche a rischio della sua stessa vita. No, non è così. La maggior parte degli
stupri sono commessi da uomini che la vittima conosce: ex-fidanzati, amici,
colleghi, parenti. E allo stupratore non serve munirsi di un’arma o usare la
coercizione fisica per ottenere ciò che vuole. Di fronte a un tentativo di
aggressione sessuale molte donne non riescono, o non vogliono (per tutta una
serie di giustificate ragioni, come il timore per la propria vita, per il
proprio posto di lavoro, …), opporre resistenza. Il fenomeno del freezing,
una reazione naturale di congelamento della vittima di fronte all’aggressore,
quasi uno sdoppiamento dal proprio corpo e da quanto si sta subendo, è ormai
un fatto ben documentato nella letteratura scientifica.
L’assenza di violenza fisica o di coercizione non rende
dunque meno grave quanto accaduto. Non
capirlo vuol dire non essere in grado di cogliere il significato della
regolamentazione, a livello di Codice penale, di un’età del consenso. In
Svizzera qualsiasi bambina/o e ragazza/o con meno di 16 anni non può
acconsentire a relazioni sessuali con persone che sono più grandi di loro di
almeno tre anni. Se il legislatore ha fissato un’età del consenso è proprio
perché sa bene che gli strumenti, le “armi”, di cui possono fare uso gli
aggressori e i pedofili con le loro vittime minorenni sono ben raramente i
coltelli e le minacce, quanto piuttosto l’inganno, le lusinghe, le
manipolazioni e la seduzione di giovani adolescenti ancora fragili nel loro
cammino di costruzione personale. Per questo motivo non
si può e non si deve definire come consenzienti le
relazioni tra minori di 16 anni e persone più adulte di loro.
Nel 2022 – dopo che la
liberazione della parola delle donne ha permesso che venissero finalmente
ascoltate le testimonianze e il vissuto di tante vittime di violenza – come è
possibile credere ancora che uno stupro commesso su una ragazzina delle
scuole medie da parte di un docente sia meno grave, o generi minore
sofferenza, solo perché estorto con l’inganno e la manipolazione e non con
l’uso di forme di violenza fisica? Consigliamo al Consigliere Bertoli la
lettura del libro Il consenso, di Vanessa Springora,
in cui l’autrice narra la sua reale esperienza di vittima quattordicenne
‘consenziente’ del pedofilo e scrittore Gabriel Matzneff. Al centro dell’opera
c’è proprio questo concetto scivoloso e ambiguo di ‘consenso’, che è una
follia applicare ad una ragazzina di quell’età e in una situazione di così
forte ed evidente disparità di potere e ruolo. Ed è narrato con grande
chiarezza anche il devastante effetto, sulla vita dell’autrice, di quella
‘relazione’ che altro non era che un’insidiosa trappola, da cui solo con
grande fatica è riuscita a liberarsi.
Come può un direttore del DECS non capire che quella
tra allieva e docente è una relazione fondata proprio sulla disparità – di potere, di ruolo, di conoscenza, di autorità, oltre
che di età anagrafica? E che tale disparità è la base stessa su cui si fonda
l’operazione di manipolazione e inganno messa in atto dal docente per abusare
dell’alunna? Come può non capire che proprio il non vedersi riconosciuta
pienamente come vittima, in quanto ‘consenziente’ (a soli 14 o 15 anni?!),
non faciliterà certo il percorso di elaborazione di quanto subìto da parte
della giovanissima ragazza?
Le parole di Bertoli sono gravi, anche perché
rivelatrici di quanto sia ancora diffusa una concezione arretrata e sessista
delle violenze sessuali. Il
collettivo Io l’8 ogni giorno si sta da
tempo attivando a favore di una modifica del nostro Codice penale, con
l’introduzione di una definizione di stupro fondata sul concetto di consenso
(‘solo sì è sì’), criticando ed opponendosi dunque all’attuale proposta in
discussione a Berna, fondata invece sulla logica del “no è no”, ossia sulla
presunzione di una disponibilità per default delle donne a
qualsiasi atto sessuale, con qualsiasi persona e in qualsiasi momento.
La soluzione del “solo sì è sì”, invece, permette di
spostare l’attenzione e la responsabilità dalla vittima all’autore: non sarà più la vittima a dover dimostrare di aver espresso
con sufficiente chiarezza il suo rifiuto o di essersi opposta con tutte le
sue forze all’aggressore, ma sarà quest’ultimo che dovrà provare di essersi
accertato del consenso della sua partner. Si tratta di un cambiamento
legislativo che potrà avere un’influenza profonda sull’intera società e sui
rapporti tra i sessi. Mettere al centro la nozione di consenso significa
approfondire le discussioni su cosa esso significhi realmente, e sulle
condizioni necessarie affinché il consenso sia veramente sempre libero e
consapevole. Abbiamo bisogno di questa legge e abbiamo bisogno di questo
cambiamento di mentalità.
Tornando, e
concludendo, sul caso del direttore di scuola media arrestato, ci preme
ribadire come quanto finora emerso – le molteplici segnalazioni inascoltate –
confermi la necessità e l’urgenza di una delle misure
che il collettivo Io l’8 ogni giorno richiede
ormai da quasi due anni: il numero unico per le violenze sulle donne. Un
numero facile da memorizzare, un servizio attivo 24/7, gestito da personale
qualificato, cui chiunque può rivolgersi (anche la ragazzina importunata da
un docente, o il genitore che non sa quali siano i canali adeguati per trasmettere
le sue segnalazioni) per ricevere ascolto, informazioni e sostegno da persone
competenti e formate. Siamo stufe di vaghe promesse: il numero unico serve
ora, basta aspettare!
Collettivo
femminista Io l’8 ogni giorno

