Giovanni Albertini
Non siamo numeri
Redazione
05.08.2026 16:26

Foto: ©Gabriele Putzu
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C'è un giovane che ha studiato, si è impegnato, ha mandato decine di
candidature e aspetta ancora quella telefonata che non arriva mai.
C'è una persona che, dopo venti o trent'anni di lavoro, riceve una
lettera di licenziamento e da un giorno all'altro si ritrova a ricominciare da
zero.
E c'è un lavoratore che ogni mattina si alza, dà il massimo, si forma,
si assume responsabilità e porta risultati. Ma sa già che, qualunque cosa
faccia, il suo percorso sembra essersi fermato. Nessuna prospettiva di
crescita. Nessun riconoscimento. Nessun incentivo.
Tre storie diverse.
Un unico problema.
Troppo spesso abbiamo smesso di vedere le persone. Vediamo curriculum,
età, matricole, griglie salariali, statistiche e costi. Ma dietro quei numeri
ci sono vite, famiglie, sacrifici, sogni e la voglia di costruire un futuro.
Chi non trova il primo impiego rischia di perdere fiducia ancora prima
di iniziare il proprio percorso. Chi perde il lavoro spesso perde anche
serenità, sicurezza e dignità. E chi un lavoro ce l'ha, ma non viene
valorizzato, finisce lentamente per spegnersi.
Perché sentirsi invisibili fa male.
La valorizzazione non può fermarsi a una pacca sulla spalla o a un
"bravo". La verità è semplice: i complimenti non pagano le bollette.
Negli ultimi anni il costo della vita è aumentato per tutti. La cassa
malati, gli affitti, l'energia, la spesa. Tutto costa di più. Eppure, in molti
settori, gli stipendi sono rimasti praticamente fermi e le prospettive di
crescita sembrano essersi bloccate.
Parlo anche per esperienza personale.
A 37 anni avevo già raggiunto il massimo sviluppo possibile della mia
carriera e del mio stipendio. Guardandomi davanti vedevo ancora quasi
trent'anni di lavoro, ma con la sensazione che il percorso fosse già scritto.
Mi sono chiesto: è davvero questo il messaggio che vogliamo dare a chi
lavora e si impegna ogni giorno?
Io credo di no.
Chi studia, si aggiorna, si assume responsabilità e crea valore deve
poter continuare a crescere. Professionalmente, ma anche economicamente. Perché
il merito non può esistere solo nei discorsi: deve tradursi in opportunità
concrete.
Come Gran Consigliere ho incontrato centinaia di persone. Giovani in
cerca della prima occasione, lavoratori che temono di perdere il posto,
professionisti che si sentono arrivati troppo presto a un tetto invalicabile.
Non chiedono privilegi.
Chiedono una possibilità.
La possibilità di costruirsi un futuro. Di vivere con dignità del
proprio lavoro. Di essere giudicati per quello che sanno fare e non per la loro
età, per una griglia salariale o per un'etichetta.
Il Ticino ha bisogno di una nuova cultura del lavoro. Una cultura che
dia fiducia ai giovani, una seconda opportunità a chi è rimasto senza impiego e
prospettive concrete a chi ogni giorno continua a dare il massimo.
Perché una società che considera le persone un costo finirà
inevitabilmente per perdere i suoi talenti.
Una società che investe nelle persone, invece, investe nel proprio
futuro.
Non dimentichiamolo mai.
Il patrimonio più importante del Ticino non sono i suoi edifici, le sue
infrastrutture o i suoi bilanci. Sono le persone. E nessuna persona dovrebbe
mai sentirsi soltanto un numero.
Giovanni Albertini, deputato in Gran Consiglio per Avanti con
Ticino&Lavoro

