Valentina Mühlemann
Per la Fortezza sì, per i pompieri no
Redazione
10.06.2026 10:08

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Da quando
Bellinzona è diventata «grande», sembra proprio che le priorità siano cambiate.
Quando Bellinzona
non era ancora «grande», guai a toccare le Officine. Erano più di un luogo di
lavoro: erano un pezzo della città, un orgoglio condiviso, una storia passata
di padre in figlio, di generazione in generazione.
Allo stesso modo, i
pompieri cittadini sono sempre stati molto più di un servizio pubblico. Sono
una presenza fidata. Li vediamo nelle emergenze, certo, anche nei casi di
catastrofe all’estero, dove portano il nome della nostra città con competenza e
coraggio. Ma li vediamo anche nelle feste, nelle giornate con le famiglie, nei
momenti in cui una comunità si ritrova.
Per questo lo
smontaggio delle strutture necessarie alla loro attività non è una questione
tecnica. È una ferita alla memoria e alla vita concreta di Bellinzona. È
togliere forza a chi, da sempre, si mette a disposizione degli altri.
Oggi ci ritroviamo
con le Officine prossime al trasferimento ad Arbedo-Castione, fuori da
Bellinzona, e con la possibilità che anche i Pompieri vengano spostati a
Sant’Antonino, sempre più lontano dalla città che hanno servito per
generazioni.
E allora la domanda
è semplice: che cosa ha guadagnato davvero Bellinzona dall’aggregazione?
Siamo qui a
discutere di bilanci, di una nuova caserma, di 19 milioni da spendere per
valorizzare i Castelli e la cinta muraria. Tutti temi importanti, certo. Ma
intanto pezzi vivi della città se ne vanno. Luoghi di lavoro, presìdi di
sicurezza, simboli e storie collettive.
Fa impressione
pensare che oggi Bellinzona sembri preoccuparsi più delle pietre che delle
persone che la tengono in piedi ogni giorno. Per fortuna, almeno i Castelli non
si possono delocalizzare. Almeno per ora.
A settembre saremo
chiamati a votare sul progetto della «Fortezza». Per molti sarà una votazione
sul nome, sul fascino del passato, sull’immagine turistica della città. Ma per
noi di Avanti con Ticino & Lavoro il punto è molto più concreto.
In gioco ci sono 19
milioni di franchi. Soldi pubblici che potrebbero essere destinati anche ad
altro. Per esempio alla sicurezza della città, al presidio dei pompieri, alla
loro capacità di intervenire in modo rapido quando serve davvero.
Rinunciare a
contributi federali e cantonali per rafforzare un servizio essenziale non
sembra una scelta così assurda. Anzi. Se con quei fondi si potesse mantenere
dentro Bellinzona un presidio fondamentale, vicino alla popolazione e pronto a
intervenire anche solo un minuto prima, allora la domanda va posta con serietà.
Perché un minuto,
quando brucia una casa, quando c’è un incidente o quando una famiglia aspetta
aiuto, non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra arrivare in tempo e
arrivare tardi.
Diciannove milioni
di franchi per un progetto che rischia di escludere dall’ingresso gratuito gran
parte dei ticinesi. Diciannove milioni per iniziative culturali cantonali con
scarso ritorno sul tessuto cittadino. Diciannove milioni mentre, attorno a noi,
aumentano i bisogni concreti delle persone e la sicurezza viene trattata come
una voce da spostare in fondo alla tabella.
Noi pensiamo che
quei soldi possano essere usati meglio.
Pensiamo che non si
debba spendere una fortuna per alimentare l’ennesimo progetto calato dall’alto
ma per difendere servizi che servono ogni giorno. Per rafforzare ciò che
protegge la popolazione. Per sostenere una città che non deve diventare solo
cartolina ma restare luogo vivo, abitato, sicuro.
Valentina Mühlemann, responsabile bellinzonese
di Avanti con Ticino&Lavoro

