Filippo Rossetti
Per parlare davvero di benessere animale
Redazione
23.09.2022 14:17

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Durante la campagna a favore dell’iniziativa
“sull’allevamento intensivo” i favorevoli hanno portato alcuni argomenti. Il
problema era che riguardavano solo marginalmente quello doveva essere il tema principale,
ovvero le condizioni degli animali da reddito in Svizzera. Questi ultimi sono
perlopiù stati usati parlare d’altro, dall’emergenza climatica al consumo di
carne dal punto di vista della salute.
Il testo in
votazione definisce l’allevamento intensivo come quell’allevamento “che lede
sistematicamente il benessere degli animali”: esiste tale realtà in Svizzera?
Solo se si dà un’altra definizione di “allevamento intensivo” che non è però quella
su cui dobbiamo esprimerci.
Gli stessi pasticci linguistici degli iniziativisti, che passavano da
allevamento “intensivo” ad “industriale” fornendone definizioni variegate sono
la riprova di questi contorsionismi argomentativi.
Noi lo abbiamo ripetuto più volte durante la campagna: la
Svizzera dispone già di criteri tra i più stringenti al mondo. Sono perfetti?
No. Sono migliorabili? Sì. Perché dunque ci siamo opposti -ed indignati- a tale
iniziativa? Perché, come detto, mira a ben altro e per ottenere ciò gli
iniziativisti hanno voluto attribuire uno stigma al settore primario svizzero.
Quello di difendere, se non sostenere, l’allevamento intensivo. Mentre la
realtà è ben diversa.
Perché significa negare quanto la legislazione elvetica
sta facendo da anni, ovvero di aggiornarsi regolarmente in un continuo
miglioramento. Ma queste riforme sono tecniche e “noiose”: dire che è stato
creato un inventario nazionale per il monitoraggio dei farmaci ad uso
veterinario (2019) non è certamente eccitante come dire che si è abolito
l’allevamento “intensivo”. Anche se la prima è calibrata, mirata e concreta mentre
la seconda è astratta e richiede riforme tanto severe quanto problematiche. Le
ripercussioni non toccherebbero solo per il settore agricolo ma anche noi
consumatori.
Perché l’obiettivo è ben altro, come hanno più volte
ripetuto gli iniziativisti. Se avessero davvero voluto concentrarsi sul
benessere degli animali da reddito in Svizzera avrebbero scritto un testo ben
diverso da quello che ci chiedono di votare. Il 25 settembre non ci viene
chiesto di “mandare un messaggio” ma di firmare un contratto preciso e
vincolante.
Votare NO significa rifiutare la strategia degli
iniziativisti volta a confondere l’elettorato per raggiungere altri scopi. Non significa
disinteressarsi al benessere degli animali da reddito ma ritenere che le
modifiche debbano essere ponderate, calibrate e sostenibili per tutti noi e che
il tutto meriti un dibattito preciso. Questa iniziativa non è niente di tutto
ciò né ha mai voluto esserlo.
Filippo Rossetti, membro UCT

