Elio Del Biaggio
Perché essere gentili quando si può essere scortesi? Maleducazione e malessere dell’odierna società
Redazione
12.08.2026 22:18

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Viviamo in una società sempre più veloce, connessa e tecnologicamente
evoluta, ma non necessariamente più educata. Anzi, sembra talvolta che la
cortesia sia diventata un comportamento fuori moda, quasi un segno di
debolezza. Un “buongiorno”, un “grazie”, un “per favore”, una porta tenuta
aperta o semplicemente un po’ di attenzione verso chi abbiamo davanti sembrano
gesti sempre meno scontati.
Perché essere gentili quando si può essere scortesi? È una domanda
provocatoria, ma non così lontana dalla realtà quotidiana.
Lo vediamo tra giovani e meno giovani, per strada, nei negozi, negli
uffici, sui mezzi pubblici, al telefono e persino nei rapporti professionali.
Non è una questione di età: la buona educazione non appartiene a una
generazione più di un’altra, così come la maleducazione non ha una carta
d’identità. Ci sono ragazzi educatissimi e adulti incapaci di salutare, così
come persone anziane che rappresentano ancora un esempio di cortesia e altre
che hanno dimenticato il rispetto per chiunque.
Il problema è che piccoli gesti che un tempo sembravano naturali stanno
diventando sempre meno frequenti. Salutare entrando in un ufficio o in un
negozio, ringraziare chi ci presta un servizio, chiedere qualcosa con
gentilezza, lasciare passare una persona, rispettare chi sta aspettando il
proprio turno: sono comportamenti semplici, ma raccontano molto della nostra
educazione e del rispetto che abbiamo per gli altri.
E non parliamo poi dei falsi e degli opportunisti, di chi usa la
gentilezza come una maschera, mostrandosi disponibile quando conviene e
comportandosi diversamente quando non ha nulla da guadagnare o nessuno da
impressionare. Perché la vera gentilezza non cerca vantaggi, non pretende
riconoscimenti e, soprattutto, non cambia a seconda delle convenienze.
E lo stesso vale per il rispetto di ciò che appartiene a tutti: il bene
comune.
La cosa pubblica non è “di nessuno”: appartiene a tutti e, proprio per
questo, dovrebbe essere rispettata e tutelata. Eppure, basta guardarsi intorno
per vedere rifiuti abbandonati per strada, bottiglie, cartacce, confezioni,
mozziconi e ogni genere di oggetto lasciato dove capita. Ci indigniamo quando
troviamo sporco davanti a casa nostra, ma talvolta siamo gli stessi a sporcare
gli spazi pubblici, come se ciò che è collettivo non fosse davvero
responsabilità di nessuno e come se qualcun altro avesse sempre il compito di
raccogliere, pulire e rimediare alle nostre mancanze. È una contraddizione che
dice molto del nostro rapporto con il bene comune: pretendiamo che venga
rispettato dagli altri, ma non sempre siamo disposti a rispettarlo noi per
primi.
Il rispetto dovrebbe cominciare da casa, ma non fermarsi davanti alla
porta. Dovrebbe accompagnarci a scuola, per strada, nei luoghi pubblici, nei
negozi, sui mezzi di trasporto e sul posto di lavoro, traducendosi anche in
semplici gesti di attenzione e responsabilità: rispettare gli spazi comuni,
chiudere porte e finestre quando non servono, spegnere le luci inutilmente
accese e raccogliere i rifiuti in modo ordinato e centralizzato, evitando di
distribuirli in più cestini che qualcuno dovrà poi svuotare singolarmente.
Perché anche il modo in cui utilizziamo gli spazi, le risorse e i servizi che
abbiamo a disposizione è una forma di rispetto verso gli altri e verso la
collettività.
Anche sul lavoro, infatti, educazione e rispetto sembrano talvolta
essere diventati opzionali. Si interrompe un collega, non si risponde a un
messaggio, si arriva senza salutare, si pretende anziché chiedere, si scaricano
sugli altri compiti e responsabilità che non si vogliono assumere. E c’è chi,
uscendo a lungo per altri impegni o al termine della giornata, lascia accese
luci, computer e apparecchiature come se energia e risorse fossero gratuite e
infinite, e come se a nessuno spettasse il compito di spegnerle. E persino il
telefono cellulare, che dovrebbe essere uno strumento di lavoro e
comunicazione, diventa spesso fonte di distrazione, isolamento e disattenzione
verso chi abbiamo accanto e, soprattutto, verso il lavoro e il dovere per i
quali siamo pagati. Perché anche sul posto di lavoro educazione, rispetto e
senso di responsabilità dovrebbero essere parte integrante della
professionalità.
Non si tratta semplicemente di rimpiangere il passato o di sostenere che
“una volta era tutto meglio”: ogni epoca ha avuto le proprie debolezze. Ma una
società che perde progressivamente il senso del limite, della responsabilità e
del rispetto rischia di diventare più difficile da vivere per tutti.
La maleducazione, inoltre, genera altra maleducazione. Chi viene
trattato male può essere portato a reagire nello stesso modo; chi viene
ignorato può diventare insofferente; chi assiste continuamente a comportamenti
incivili rischia, poco alla volta, di considerarli normali. È così che ciò che
un tempo sarebbe stato ritenuto inaccettabile finisce per diventare una
consuetudine, qualcosa che si accetta semplicemente perché “si è sempre fatto
così”.
Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: un saluto, un sorriso,
un grazie, un “per favore”. La pazienza di ascoltare, il rispetto per chi
lavora, l’attenzione verso chi è più fragile. Un rifiuto gettato nel cestino
anziché per terra, un ambiente lasciato pulito dopo il nostro passaggio. Una
scrivania, un ufficio o uno spazio comune riconsegnati come li abbiamo trovati.
E, soprattutto, il rispetto delle regole anche quando nessuno ci controlla.
Sono gesti semplici, quasi banali, ma è proprio dalla loro ripetizione
quotidiana che nasce la civiltà. Perché il rispetto non si dimostra nelle
grandi occasioni, ma soprattutto nelle piccole cose, quando nessuno ci obbliga
a comportarci bene.
Essere gentili non significa essere ingenui, deboli o sottomessi. La
gentilezza può convivere con la fermezza, così come l’educazione non impedisce
di dire di no. Significa semplicemente scegliere di non rendere più difficile
la vita agli altri quando non ce n’è alcun bisogno.
Forse dovremmo tornare a insegnare e soprattutto a praticare
l’educazione, non soltanto ai giovani ma a tutte le generazioni. Perché
l’esempio degli adulti conta quanto le parole rivolte ai ragazzi. Non possiamo
pretendere giovani rispettosi se siamo i primi a ignorare le regole, a sporcare
gli spazi pubblici, a trattare male chi lavora o a confondere la prepotenza con
l’autorevolezza.
Una società civile non si misura soltanto dalla ricchezza, dalla
tecnologia o dalle infrastrutture. Si misura anche dal modo in cui le persone
si salutano, si ascoltano, si rispettano e si comportano nei confronti degli
altri e della cosa pubblica.
E allora la domanda potrebbe essere capovolta: perché essere scortesi e
maleducati, quando essere gentili e educati costa così poco?
Forse perché abbiamo dimenticato che la buona educazione non è una
formalità del passato, ma una forma concreta di civiltà. E che il rispetto
degli altri, degli spazi comuni e dell’ambiente che ci circonda non dovrebbe
dipendere dalla presenza di una telecamera, di una sanzione o di qualcuno
pronto a controllarci, ma dovrebbe dipendere semplicemente da noi.
Perché essere civili quando nessuno ci guarda è forse il modo più
semplice e sincero per dimostrare di esserlo davvero.
Elio Del Biaggio

