Danilo Forini
Perché spezzare l’equilibrio?
Redazione
19.10.2022 15:01

Foto: ©Chiara Zocchetti
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La questione degli orari di
apertura dei negozi non è semplicemente una questione ideologica. Io credo che dipenda
piuttosto dalle sensibilità personali di ognuno di noi.
A me personalmente fa comodo
trovare i negozi, soprattutto i supermercati, aperti più a lungo e più spesso. Comprendo
anche la necessità di sostenere l’economia locale e il turismo. Ma sono altresì
convito che rispetto a questa comodità utilitaristica e agli interessi della
grande distribuzione, occorre dare la priorità al benessere e alla qualità di
vita di migliaia di commessi e commesse, venditori e venditrici, piccoli
commercianti indipendenti che lavorano già 6 giorni alla settimana, da soli nei
loro piccoli negozi.
Indubbiamente sono sensibilità e interessi
difficili da coniugare. Un equilibrio tuttavia è stato trovato con la Legge
sull’apertura dei negozi entrata in vigore nemmeno due anni fa, risultato di un
decennio di intense discussioni politiche, di una votazione popolare, di un
contratto collettivo frutto del compromesso nato dal partenariato
sociale.
A maggioranza, il Gran Consiglio ha
però negli scorsi giorni deciso deliberatamente di rompere questo equilibrio.
Di poco forse, con misure minime. Ma si sa che gli equilibri spesso si possono
spezzare anche dai più piccoli strappi.
Uno strappo nei confronti di
migliaia di collaboratrici e collaboratori del settore che temono che un
continuo processo, passo a passo, verso la liberalizzazione completa degli
orari di apertura porti a una inevitabile frammentazione degli orari di lavoro.
Con tutte le conseguenze sulla salute e sociali del caso.
Uno strappo rispetto alla pace del
lavoro, valore evidenziato anche dal Consigliere di Stato Christian Vita che ha
espresso chiaramente la propria preoccupazione e priorità nel voler favorire e mantenere
la collaborazione tra le parti sociali.
Uno strappo rispetto alla
sensibilità del mondo cattolico che difende il principio evangelico del
santificare le feste e di proteggere dei preziosi momenti in famiglia alla
domenica e nelle feste religiose infrasettimanali.
Uno strappo rispetto ai piccoli
commercianti, quegli imprenditori indipendenti che con fatica ogni giorno
aprono e chiudono il loro negozietto, che non potrebbero permettersi un
dipendente salariato, per i quali l’apertura prolungata significherebbe unicamente
rinunciare ancora di più a momenti di riposo di fronte ad entrate che, di certo,
non cambieranno di molto.
È stato detto e si dirà che si
tratta solo di una domenica, di mezz’ora e 200 metri in più. Ma proprio per
questo, perché andare a rompere l’equilibrio attuale?
Il successo economico e sociale del
nostro Paese passa anche dal tradizionale compromesso tra visioni differenti,
tra interessi divergenti. Non serve inseguire il “modello italiano”.
Ora la tensione nel settore è
ritornata alta e si rischia di tornare nuovamente al voto in quanto i sindacati,
che giustamente ascoltano le preoccupazioni dei lavoratori e delle lavoratrici,
stanno seriamente valutando di lanciare un referendum. Si rischia inoltre che
il contratto di lavoro settoriale trovi molte più difficoltà ad essere
rinnovato con le relative conseguenze rispetto al fenomeno del dumping salariale
e la sostituzione del personale locale con lavoratori frontalieri.
Ne valeva la pena?
Danilo Forini, deputato al Gran Consiglio

