Usman Baig
Povertà lavorativa in Ticino: la sfida silenziosa
Redazione
22.07.2026 17:32

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Il primo agosto, mentre la Svizzera festeggia, in Ticino c'è
una ferita che pochi menzionano: la povertà di chi lavora.
Lo so bene, non è un numero in un grafico - perché conosco
direttamente diversi professionisti, famiglie, donne e giovani che in questo
momento vivono una situazione di precarietà nel nostro cantone. Sono persone
che lavorano e si impegnano, ma fanno fatica ad arrivare a fine mese.
Persone che dopo i 50 anni si sentono già escluse dal mercato
del lavoro. Giovani che guardano al futuro con più incertezza che speranza.
Avere un lavoro non dovrebbe significare scegliere tra pagare l'affitto e
mettere qualcosa nel piatto.
Tuttavia, oggi in Ticino, una persona su quattro è a rischio
povertà, e i working-poor sono il doppio rispetto alla media svizzera. Dietro
questi numeri ci sono le facce di chi conosco, le storie che mi raccontano, e
la fatica quotidiana di chi non chiede favori, ma solo rispetto e una
possibilità concreta.
Un'idea di dignità che viene da lontano - Jean Ziegler lo ha
scritto chiaramente: un lavoro senza dignità è una forma di schiavitù moderna,
solo più elegante. Giorgio Orelli, nei suoi romanzi, raccontava già della
fatica silenziosa di chi vive ai margini, senza voce e ascolto. Oggi quella
solitudine la vedo anch'io, non solo nei dati.
In Ticino, meno persone rispetto alla media svizzera possono
dire di contare su qualcuno in caso di bisogno. Non siamo solo più poveri.
Siamo più soli. Questo lo sento ogni volta che qualcuno mi confida le proprie
difficoltà, spesso con un misto di vergogna e rassegnazione che non dovrebbe
esistere nel nostro cantone.
Cosa si può fare, davvero? Da queste storie che conosco nasce
la convinzione che ci voglia un patto sociale reale, non uno slogan. Servono
salari che permettano di vivere, non solo di sopravvivere. Dobbiamo smettere di
considerare gli over 50 un problema e iniziare a vederli come una risorsa, con
incentivi pratici per le assunzioni, formazione e mentoring. Per i giovani che
ho incontrato e che lottano per avere un percorso stabile, ci vuole uno
supporto reale ai costi di formazione e contratti che offrano prospettive
invece di precarietà. Occorre anche ascoltare, sul serio, chi spesso resta
escluso dal dibattito pubblico: i frontalieri, le famiglie monoparentali, le
donne che devono affrontare lavoro precario e responsabilità familiari, le
minoranze.
Non è buonismo, è l'unico modo per costruire una vera
coesione.
Come diceva il filosofo Hans Saner, la dignità non si
negozia. È un diritto di tutti, non un privilegio per pochi. Il Ticino può
tornare competitivo e coeso solo se rimette al centro le persone reali, quelle
che incontro ogni giorno e che portano il peso di un sistema che spesso le
ignora.
Servono salari dignitosi, spazi per chi ha più esperienza,
opportunità vere per i giovani e ascolto per chi è spesso trascurato. Sono
investimenti (non costi) sul nostro futuro. La povertà nascosta non è un
destino inevitabile. È una sfida che si affronta con scelte coraggiose, non con
parole vuote.
In questo primo agosto, vale la pena ricordarlo: la vera
forza della Svizzera non sta nei numeri sul PIL, ma nella capacità di garantire
dignità a tutti, davvero a tutti. Solo insieme possiamo costruire un Ticino
dove lavorare significhi ancora avere dignità e un futuro.
Usman Baig, economista aziendale SUPSI e membro Comitato Cantonale Verdi Ticino

