Elio Del Biaggio
Promossi: e adesso?
Redazione
17.06.2026 18:37

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La
scuola è finita: promossi, diplomi consegnati, apprendistati conclusi, sorrisi
nelle foto di rito. Ma poi? In Ticino, per molti giovani, il vero esame
comincia proprio adesso: quello con la realtà.
Una realtà
che spesso smentisce le promesse: il sistema formativo, anche quello duale -
che alterna formazione teorica in aula e pratica professionale in azienda -
prepara, ma non garantisce uno sbocco. Il passaggio dalla scuola al mondo del
lavoro non è sempre così lineare: oltre al merito, incidono spesso fattori
relazionali, capacità di adattamento e logiche di convenienza.
Le
opportunità esistono, certo, ma sono sempre più frammentate, precarie e
condizionate: ai giovani si chiede esperienza prima ancora di iniziare, di
accettare contratti instabili e di adattarsi senza reali garanzie. Così molti
restano sospesi: formati e qualificati sulla carta, ma senza un reale spazio
nel mercato del lavoro, intrappolati in un meccanismo che appare sempre meno
sostenibile.
A
questo si aggiunge un fenomeno evidente: chi prosegue gli studi sceglie spesso
di andare oltre Gottardo, attratto da un’offerta più ampia e qualificata, pur a
fronte di costi e sacrifici rilevanti. E una volta partiti, il ritorno non è
affatto garantito, anche perché in Ticino è sempre più difficile trovare un
contesto lavorativo davvero fertile e dinamico: il rischio è un esodo
silenzioso che impoverisce il territorio, erodendo competenze, identità, legami
e radici.
In
questo contesto, la meritocrazia appare sempre più fragile: relazioni,
segnalazioni e appartenenze continuano ad avere un peso rilevante. Non è sempre
la regola, certo, ma accade abbastanza da minare la fiducia, anche perché non
tutti partono dalle stesse condizioni né dispongono delle medesime opportunità.
Si
inserisce poi un altro tema spinoso per il Ticino: il crescente ricorso alla
manodopera estera e la difficoltà, per lavoratori qualificati e giovani
formati, di trovare spazio sul territorio. Non si tratta di mettere in
discussione il valore di chi arriva, ma di interrogarsi su un equilibrio che da
tempo appare sempre più fragile. Quando il criterio dominante diventa il costo,
il rischio è privilegiare la convenienza immediata a scapito di qualità,
competenze e radicamento.
Emerge
così un altro aspetto spesso trascurato: la reale comparabilità dei diplomi e
delle esperienze, in particolare di quelli conseguiti all’estero. Non tutte le
formazioni e le qualifiche hanno lo stesso valore, né tutte le competenze
garantiscono la stessa capacità operativa. Se la selezione si basa unicamente
sul prezzo, si abbassa inevitabilmente la qualità complessiva, penalizzando
l’intero sistema.
Il
problema non riguarda soltanto l’accesso al mercato del lavoro, ma anche la
valorizzazione delle competenze. Non sempre i profili più validi vengono
riconosciuti, mentre possono emergere figure più conformi o meglio inserite nei
contesti decisionali. In questo quadro, appartenenze e dinamiche relazionali
possono talvolta prevalere su competenze, capacità e merito.
Il
rischio è un progressivo deterioramento del clima professionale, di trovarsi in
contesti lavorativi poco collaborativi e tutt’altro che sereni: ambienti
chiusi, dove il dialogo si riduce al minimo, la fiducia resta fragile e la
crescita personale finisce sullo sfondo, mentre si alimenta una diffusa
diffidenza che irrigidisce i rapporti. In queste condizioni, il lavoro scivola
rapidamente verso la semplice esecuzione dei compiti, svuotandosi di
partecipazione e responsabilità.
Il
risultato è un progressivo appiattimento organizzativo: si indeboliscono le
relazioni, si riduce la qualità e si perde slancio. Prevale così una logica difensiva,
fatta di adattamento e conservazione, in cui ci si limita a gestire l’esistente
anziché orientarsi alla costruzione del futuro.
In
questo scenario, i giovani restano intrappolati tra esclusione e accettazione
al ribasso e, sempre più spesso, sono costretti a partire: non per scelta, ma
per necessità. È così che un territorio si svuota e si impoverisce, non solo
economicamente, ma anche sul piano sociale e umano.
Nel
frattempo, il dialogo tra formazione e lavoro resta incompleto: alcuni settori
formano troppo, altri non trovano profili adeguati. E nel mezzo restano i
giovani, il più delle volte senza orientamento, senza visione e senza prospettive.
Ed
ecco la domanda a questo punto inevitabile: promossi… ma verso cosa?
Perché il pericolo
non è solo occupazionale, ma sociale, culturale e generazionale. Un territorio
che non valorizza i propri giovani e le proprie competenze, che non crea e non garantisce
condizioni eque di accesso al lavoro, che non difende qualità e identità, inevitabilmente
si indebolisce.
Alla luce di
tutto ciò, viene spontaneo chiedersi se il Ticino disponga ancora delle
competenze, delle strutture, delle risorse e della volontà per fare meglio.
Forse sì, ma il tempo stringe e il rischio è un ulteriore deterioramento della
situazione: serve lucidità e il coraggio di riconoscere che qualcosa non
funziona più, e che un cambio di rotta non è più rinviabile.
Il vero
fallimento non è una bocciatura scolastica, che si può superare, ma una
generazione promossa sulla carta e respinta nella vita reale, anche all’interno
del proprio contesto sociale, culturale e territoriale.
Elio Del Biaggio, ingegnere e consulente

