Sara Rossini
Promossi… ma pronti a cosa?
Redazione
02.06.2026 09:51

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Con la fine dell'anno scolastico ormai alle porte, per
molti giovani e per le loro famiglie stanno arrivando settimane importanti. È
il periodo delle decisioni finali, delle promozioni, delle insufficienze da
recuperare e, per qualcuno, anche della possibilità di dover ripetere un anno.
Sono giorni che spesso vengono vissuti con ansia, delusione
o sollievo, a seconda della situazione. Ma sono anche giorni che dovrebbero
portarci a riflettere su una domanda che va ben oltre la singola pagella: quando
un giovane viene promosso, è davvero pronto per affrontare il passo successivo?
Quando si parla di giovani, scuola e mondo del lavoro il
dibattito è spesso acceso. Si cercano cause, responsabilità e colpevoli, ma
raramente ci si ferma davvero a riflettere su una domanda concreta e forse
scomoda: stiamo preparando i giovani ad affrontare ciò che li aspetta
dopo la scuola, oppure stiamo semplicemente accompagnandoli fino al passaggio
successivo?
Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di incontrare
giovani che iniziano un apprendistato con fragilità scolastiche importanti già
note da tempo. Non si tratta di difficoltà occasionali o di un momento di calo.
Si tratta di lacune trascinate per anni, spesso accompagnate da poca costanza
nello studio, dalla difficoltà di trovare un metodo efficace e un ritmo di
lavoro adeguato e da una percezione molto bassa delle conseguenze reali che
tutto questo può avere sul proprio percorso formativo.
Il punto critico, però, non è nemmeno questo.
Il punto critico è la totale mancanza di consapevolezza
rispetto alla gravità della situazione.
Sempre più spesso il giovane – e a volte anche la sua
famiglia - non immagina nemmeno che un rendimento scolastico insufficiente
possa compromettere seriamente il suo percorso, fino a portarlo a una
ripetizione o addirittura a un’interruzione. Come se la possibilità di fermarsi
non esistesse davvero. Come se, in un modo o nell’altro, si andasse comunque
avanti.
Ed è proprio qui che vale la pena fermarsi un attimo e
chiederselo davvero: che messaggio stiamo passando?
Perché se per anni un ragazzo vive l’esperienza del “si va
avanti lo stesso”, finisce inevitabilmente per interiorizzare che il risultato
arriverà comunque. Che in qualche modo si recupererà. Che ci sarà sempre
un’altra possibilità. E che, alla fine, impegnarsi di più non sia davvero così
determinante.
Poi però arriva l’apprendistato. E lì il contesto cambia.
Perché il mondo del lavoro non valuta soltanto la buona
volontà, né si ferma al comportamento o alla presenza. Richiede responsabilità,
costanza, capacità di tenere il passo, ma anche il raggiungimento di obiettivi
concreti, scolastici e professionali.
E quando queste basi non sono state costruite prima, il
rischio è che il giovane viva ogni limite imposto dalla realtà come
un’ingiustizia, oppure come l’ennesimo richiamo da non ascoltare.
Come se il problema fosse sempre esterno. Come se qualcuno
ce l’avesse con lui.
Quando invece quel limite era visibile da tempo e le misure
introdotte lungo il percorso avevano un unico obiettivo: aiutarlo ad arrivare
fino in fondo.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: promuovere
un giovane senza aver consolidato davvero le basi è sempre un aiuto? Oppure
rischia di trasformarsi in un modo per rimandare il problema o, più
semplicemente, per trasferirlo a chi dovrà gestirlo successivamente?
Perché se continuiamo a portarlo avanti — di anno in anno,
di passaggio in passaggio — prima o poi quel problema arriva nel mondo del
lavoro. E lì pesa ancora di più.
Pesa sul giovane, che si confronta improvvisamente con una
realtà che non aveva imparato a leggere.
Pesa sulle aziende formatrici, che investono tempo, energie
e risorse nell’accompagnamento.
Pesa sui formatori, che si ritrovano a gestire difficoltà
che spesso nascono molto prima del primo giorno di apprendistato.
E l’intero sistema ne risente, perché quel giovane si
ritrova a vivere un’interruzione come un fallimento personale, con tutto ciò
che questo può significare anche nella ricerca di un nuovo posto di
apprendistato.
Aiutare un giovane non significa semplificargli il percorso,
e non significa nemmeno togliere ogni ostacolo prima che lo incontri. Significa
accompagnarlo nel costruire gli strumenti per affrontarlo.
Perché il rischio più grande non è dover ripetere un anno o
fermarsi lungo il percorso.
Il rischio più grande è arrivare nel mondo del lavoro
convinti che l'impegno sia facoltativo, che le conseguenze non esistano e che
sarà sempre qualcun altro a risolvere il problema.
Ma il mondo del
lavoro non funziona così.
E prima i
giovani lo scoprono, maggiori saranno le possibilità di costruire un percorso
solido e duraturo. Perché preparare un giovane al futuro non significa aiutarlo
a superare ogni ostacolo. Significa insegnargli ad affrontarlo.
Sara Rossini – fondatrice Fill-Up

