Marco Romano
Riforma dell’AVS: è l’ora dei due sì
Redazione
06.09.2022 17:19

Foto: ©Gabriele Putzu
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Da mesi risuona il coro di una “riforma sulle spalle delle
donne”, rispettivamente la contrarietà di fondo alla parificazione dell’età di
pensionamento donna-uomo fino a quando non si avrà la parità salariale totale.
Il primo argomento è fattualmente e numericamente sbagliato. Il secondo è una
rivendicazione corretta che tuttavia contrapposta a questa riforma denota un
approccio ideologico penalizzante per l’intero sistema e i/le giovani.
Tutte le riforme negli ultimi 25 anni sono cadute in
votazione popolare. La polarizzazione e le rivendicazioni assolutiste nuocciono
alle giovani generazioni che dopo il 2030 si troveranno una AVS
finanziariamente allo sfascio e insostenibile.
La ricerca di un compromesso in Parlamento è partita da
fatti inconfutabili. L’invecchiamento della popolazione: circa 100 centenari in
più all’anno, l’80% di sesso femminile. L'aspettativa di vita a 65 anni pari
oggi a 20 anni per gli uomini e 23 per le donne: la metà qualche decennio fa.
La situazione per cui per ogni pensionato a breve vi saranno solo 2 attivi: 6
agli inizi. Nei prossimi 15 anni -con il pensionamento dei baby-boomer-
passeremo da 1,6 a 2,6 milioni di pensionati. Lo squilibrio tra i contributi
raccolti e le pensioni da erogare è palese. In assenza di misure, le perdite si
accumuleranno fino a raggiungere quasi 28 miliardi nel 2032. Sventolare i
risultati positivi degli ultimi due anni è errato poiché questi sono
temporaneamente dopati dall’iniezione di risorse eccezionali e limitate nel
tempo derivanti dalla riforma della fiscalità delle imprese (anch’essa
combattuta da chi oggi vuole nuovamente dire no!).
L’aumento dell'età pensionabile per le donne sarà graduale
con tappe di tre mesi all’anno. Le prime generazioni coinvolte (nate tra il
1961 e il 1969) riceveranno, per tutta la vita, pensioni migliorate in base al
livello di reddito. Nessuno riceverà qualcosa in meno, nessun taglio di
rendite; il focus è stato messo sui redditi bassi. Anche il prepensionamento
sarà meno penalizzante, quanto più basso sarà stato il reddito durante la vita
lavorativa. In concreto, nei primi nove anni le donne con un reddito medio
annuo fino a CHF 57’360 potranno continuare ad andare in pensione a 64 anni
senza alcuna riduzione della pensione. Il pensionamento anticipato sarà inoltre
possibile a partire dall'età di 62 anni, anziché 63 come nel regime normale. In
aggiunta, per la generazione di transizione è stato inserito un supplemento di
pensione, calcolato in base al livello di reddito e graduato in base all'anno
di nascita. L'importo sarà compreso tra CHF 150 e 1'920 all’anno e non sarà
preso in considerazione nel calcolo delle prestazioni complementari e nel
plafonamento per le coppie sposate.
Le nuove generazioni hanno a cuore la questione della parità
salariale, non vi sono più oggettivi argomenti per avere età di pensionamento
distinte, da tutti i fronti si chiede flessibilità (pensionamento tra i 63 e i
70) e i nati dopo il 1975 devono finalmente avere un segnale che l’AVS dopo il
2030 starà ancora in piedi. Ogni anno perso sono maggiori costi per chi verrà e
un pericolo di taglio delle rendite! Io voto 2x SI.
Marco Romano, consigliere nazionale del Centro

