Amalia Mirante
Ticino: sempre più persone senza lavoro
Redazione
11.07.2026 15:56

Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione. La redazione si riserva la facoltà di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.
Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il
lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno
lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano
fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una
risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario,
senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e
non sanno più dove tagliare.
Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno
stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni
spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in
cui una persona guarda sé stessa.
Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i
licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment,
la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli
ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono
molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque
a casa lavoratrici e lavoratori.
La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto,
una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi
l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il
leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.
I dati mostrano che non si tratta soltanto di una
sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi è stata sostenuta soprattutto
dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro.
Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno.
Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno
precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli
equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo
i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000
persone.
Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un
indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni
volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno
lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a
peggiorare.
Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando
ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano
personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli
ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che
attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.
Perché dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a
casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarà più
difficile.
Amalia Mirante, deputata Avanti con Ticino&Lavoro

