Gina La Mantia e Maria Bonina
Violenza di genere: il Governo vuole davvero eliminarla?
Redazione
24.07.2026 09:29

Foto: © Faftplus
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La violenza di genere continua a rappresentare un'emergenza che riguarda
l'intera società. In Ticino, nel 2024, la polizia è intervenuta quasi tre volte
al giorno per situazioni di violenza domestica; le case protette hanno accolto
48 donne e 52 bambini; nei primi sette mesi del 2026 il Cantone ha già
registrato tre femminicidi, mentre in Svizzera le vittime sono state 17.
Una realtà devastante che presenta un conto altissimo: vite spezzate,
famiglie distrutte, donne e bambini profondamente traumatizzati, troppo spesso
lasciati soli ad affrontare le conseguenze della violenza. Di fronte a questa
emergenza, tutte le istituzioni sono chiamate ad agire con determinazione.
Occorre aumentare le risorse destinate alle case protette e ai servizi di aiuto
alle vittime e, soprattutto, investire con decisione nella prevenzione.
Le donne che hanno subito violenza, i loro percorsi di rinascita e le
loro famiglie devono tornare al centro dell'azione politica. Il messaggio deve
raggiungere in modo capillare tutti gli ambiti della società: le scuole, i
percorsi di formazione, i luoghi di lavoro, le strutture sanitarie, le
associazioni sportive e culturali, gli spazi del tempo libero. Il principio
deve essere chiaro: la prepotenza e la violenza non sono mai una risposta.
La violenza, del resto, non inizia con le botte. Cominci a molto prima:
con le battute sessiste – basti ricordare le magliette fatte indossare al
personale del Lido di Caslano –, con l'arroganza, la derisione, la
manipolazione, le intimidazioni e le minacce. Si alimenta sempre di uno
squilibrio di potere, che può essere psicologico, economico, fisico o di altra
natura. Non è un caso che la campagna nazionale contro la violenza si apra con
le parole: «L'uguaglianza previene la violenza».
Per questo il messaggio dell'uguaglianza è fondamentale. Eppure, la
recente attualità politica mostra come vi sia ancora chi, persino nelle
istituzioni, sembra trasmettere un messaggio opposto, fatto di prepotenza, di
violenza e perfino di incitamento alla violenza.
Le vicende emerse in merito ad alcune conversazioni telefoniche private
del presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali lasciano perplessi e
sgomenti. Colpisce inoltre che, di fronte alle richieste di chiarimento
formulate da tre presidenti di partito, la risposta sia stata una denuncia
penale nei loro confronti.
Indipendentemente dalla sfera privata e fermo restando il lavoro della
magistratura, la questione è prima di tutto politica, istituzionale e
culturale. Se un consigliere di Stato suggerisce a una conoscente di «riempire
di botte» una terza persona, affermando di averlo fatto lui stesso in passato,
e arriva a evocare i propri «amici di Milano» come possibile soluzione alla
controversia, il messaggio che passa è devastante. La credibilità degli appelli
istituzionali contro la violenza, e in particolare contro la violenza di
genere, ne esce inevitabilmente compromessa.
Faftplus ritiene che la risposta del Governo ticinese – limitata a un
rimpasto temporaneo delle deleghe – sia del tutto insufficiente. Non è
minimizzando o rinviando le responsabilità che si ricostruiscono la fiducia e
la credibilità necessarie per contrastare, con coerenza e senza ipocrisie, la
violenza di genere.
Gina La Mantia e Maria Bonina, Co-Presidenti Faftplus

