Hockey
Il Friburgo è campione, la maledizione è spezzata
Fernando Lavezzo
30.04.2026 22:52

Foto: ©GIAN EHRENZELLER
Il Gottéron conquista il suo primo titolo nazionale vincendo gara-7 all'overtime in casa del Davos - Decisiva la rete di Wallmark al 65'56'' - La carriera di Julien Sprunger si chiude con un finale hollywoodiano
Il Friburgo è campione, la
maledizione è spezzata. Dopo quattro finali perse (1992, 1993, 1994, 2013), il
Gottéron ha conquistato il suo primo titolo nazionale vincendo gara-7 all'overtime, grazie al definitivo 3-2 di Wallmark in superiorità numerica. Una liberazione per un club di grande tradizione, per una
città passionale, per un cantone innamorato pazzo dell'hockey. Un incredibile lieto fine per Julien Sprunger, capitano di oltre mille battaglie. A 40 anni si ritira da
campione, dopo aver giocato per 24 stagioni con la stessa maglia. Lui c’era,
nel 2013, quando i Dragoni videro sfumare il titolo contro il Berna. Negli anni
Novanta era invece stato lo squadrone dei mitici Bykov e Khomutov a fallire
l’appuntamento con la gloria. Ma questa sera la storia è cambiata.
Sette partite, quattro overtime. Equilibrio assoluto. Proprio a Davos, nella cattedrale dell’hockey svizzero, il Friburgo aveva sollevato il primo trofeo della sua storia, la Coppa Spengler, vinta nel 2024.
Ma questa volta la posta in palio era decisamente più prestigiosa. Un appuntamento
con la leggenda. Con l’eternità. Dopo aver cancellato il primo match point
grigionese due giorni fa, oggi il Friburgo è partito a razzo, andando sul 2-0 con la rete di Borgström in power-play (2'55'') e il raddoppio di Reber (13'42''). Il Davos ha reagito dimezzando le distanze con Dahlbeck (16'35'') e nel secondo tempo ha alzato il ritmo, incappando però in troppe penalità. Il 2-2 gialloblù è meritatamente arrivato nella terza frazione, al 48'10'', grazie alla botta di Zadina con Nemeth espulso. A poco più di due minuti dalla terza sirena, l'asta ha salvato Berra su una sventola di Kessler. Poi, nell'overtime, ci ha pensato Wallmark a chiudere i conti in favore dei burgundi, sfruttando la penalità rimediata da Andersson per aver tirato il disco in tribuna. Proprio come era successo in gara-5 a Marchon.
La festa è subito esplosa in tutta Friburgo. Erano in 10 mila, dentro la BCF Arena, per seguire la "bella" sul maxischermo. In 15 mila hanno fatto altrettanto all'esterno della pista. Un appuntamento con la leggenda, dicevamo, a cui nessuno voleva mancare.
Sovvertito il pronostico
Il Gottéron ha
sovvertito il pronostico. Il Davos, infatti, ha dominato la regular season e lo
ha fatto da subito, chiudendo con 117 punti in 52
partite e 17 lunghezze di vantaggio sullo stesso Gottéron. La corsa dei grigionesi è poi proseguita nei playoff: nei quarti hanno liquidato lo Zugo in 5 partite, poi hanno fatto altrettanto con gli ZSC
Lions, duplici campioni in carica, in quella che per molti era una finale
anticipata. La finale, quella vera, è stata
bellissima e combattuta. Il Friburgo ci è arrivato in forma e in fiducia, recuperando in
extremis Marcus Sörensen e trovando nei giovani e nei gregari le risorse per
sostituire due infortunati di lusso quali Sandro Schmid e Andrea Glauser. Nei quarti
di finale, i burgundi erano arrivati a un passo dalla clamorosa eliminazione per
mano del Rapperswil, andando sotto 2-3 nella serie. Un salvataggio in extremis
che ha forgiato il carattere del gruppo, dando ancora più consapevolezza a squadra e
tifosi. In semifinale, il Ginevra è stato spazzato via in sole cinque
partite. Il Friburgo ha raggiunto l’ultimo atto nonostante un power-play
incredibilmente inefficace, puntando tutto sulla forza del collettivo, su un
impianto difensivo solido e su un portiere spesso decisivo come Reto Berra. Anche
lui se ne andrà, lasciando la porta a Ludovic Waeber.
La mano di Rönnberg
Il titolo del Friburgo ha tanti
padri. A cominciare da Roger Rönnberg, l’allenatore. Un condottiero che
in Svezia ha vinto tutto con il Frölunda – due campionati nazionali e quattro
Champions League – creando una dinastia. In Svizzera ha trionfato al primo
tentativo, dando alla squadra un’organizzazione efficace e concreta,
suggellata dal secondo posto in regular season e poi dalla cavalcata vincente
nei playoff. Tra infortuni e incomprensioni con alcuni giocatori (vedi
Wallmark) non tutto è filato liscio, ma Rönnberg ha saputo guidare la squadra
anche nella tempesta. Quando più contava, tutti si sono ritrovati sulla stessa pagina.
Con la sua modernissima BCF Arena e
i suoi 101 “sold out” consecutivi, negli ultimi anni il Friburgo è diventato un
club ricco e ambizioso. Mancavano solo gli uomini giusti al posto giusto. A partire
dal già citato allenatore, certo, senza però dimenticare il lavoro svolto dietro la
scrivania dal direttore sportivo Gerd Zenhäusern. Nel dopo-Dubé, il 54.enne ha
saputo portare avanti un progetto
coerente, in cui giovani interessanti (Streule, Reber, Dorthe, Johnson, Nicolet)
si sono integrati perfettamente con uno zoccolo di carismatici veterani svizzeri (Sprunger,
Bertschy, Walser, Marchon, Rathgeb), con nuove stelle cresciute in casa
(Schmid) e con stranieri funzionali e di valore. Senza dimenticare alcuni elementi di
spessore strappati la scorsa estate alla concorrenza: Attilio Biasca da Zugo e il già citato Glauser da Losanna. Oltre a Biasca, che ha origini ticinesi, tra i vincitori c'è un altro rappresentante del nostro cantone, John Gobbi, CEO del Friburgo. Lui, il titolo, lo aveva già vinto da giocatore, nel 2012, con lo Zurigo.

