Calcio
"Mi chiamavano arbitra solo in accezione negativa"
Redazione
25.01.2024 12:31

Oltre alla fatidica domanda linguistica, la terna arbitrale composta da Maria Sole Ferrieri-Caputi, Esther Staubli e Stéphanie Frappart ha raccontato la loro vita professionale in un incontro al cinema Lux di Massagno.
Si è svolta al cinema Lux di Massagno una serata dedicata
agli arbitri di calcio donna. A parlare del movimento femminile nell’arbitraggio
c’erano ospiti d’eccezione come l’arbitro svizzera Esther Staubli, la francese Stéphanie
Frappart e l’italiana Maria Sole Ferrieri-Caputi. Le tre professioniste si sono
raccontate tra vita privata e quella lavorativa.
Il calcio come passione
Per diventare arbitro una particolarità comune è la passione
del calcio, spiega Esther Stäubli: “Il
mio primo contatto con il mondo del calcio è stato da giocatrice. Ho iniziato
la mia carriera come attaccante, poi sono diventata difensore. Io
amo il calcio, è la mia passione, e ho cercato un modo per rimanere in questo mondo. È così che mi sono iscritta al corso di arbitraggio”.
Un mix di fisico e mentale
Il fattore fisico è un aspetto decisivo per una
carriera nel mondo dell’arbitraggio, ma è importante mantenere un "self control" mentale per raggiungere alti livelli: “Prima di
una partita non bisogna solo svolgere una preparazione fisica. C’è anche tutta
una parte tattica da conoscere. Il mentale conta. Bisogna conoscere il modo di
giocare delle due squadre per provare ad anticipare le giocate e posizionarsi
meglio sul campo”, dichiara
Stäubli. La differenza con i giocatori e le giocatrici di calcio sul piano
sportivo è poca: “Io
guardo tantissimi video di tattica e di come giocano le squadre che vado ad
arbitrare”, sostiene invece Stéphanie Frappart. “Siamo
come i giocatori e le giocatrici; anche noi ci alleniamo per prendere delle
decisioni. Lavoriamo anche sulla postura per essere più chiari e avere un
management più sobrio durante la partita”. “I carichi di lavoro cambiano in funzione del giorno”, aggiunge Ferrieri Caputi. “Studio le squadre attraverso una
nostra piattaforma”.
Comunicazione anche gestuale
La capacità di un arbitro non deve essere solo la
comunicazione attraverso le parole, ma anche quella gestuale: “In Corsica, per esempio, non è
sempre evidente arbitrare perché la loro cultura è un po’ diversa. È lì che
viene fuori l’aspetto umano del nostro lavoro: un sorriso, un’attitudine, un
gesto, possono cambiare molte cose. Certe situazioni bisogna gestirle in quel
modo”, dichiara Frappart. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche
Esther Stäubli: “Sono molto espressiva sul campo, molto umana. Secondo me è
importante far vedere ai giocatori e alle giocatrici che proviamo anche noi
emozioni. Ma se gli animi sono tesi, il nostro ruolo è quello di calmare la
situazione. Non siamo delle macchine, non siamo dei robot. Non possiamo essere
sempre calmi e pacati. A volte un po’ di emozione ci vuole”. Per Maria Sole Ferriero Caputi ci
vuole un pugno duro per gestire alcune situazioni: “Quando si alzano i toni, l’arbitro
deve essere il punto fermo e deve riportare la calma. In determinate occasioni
occorre arrivare sul punto subito. Bisogna prevenire gli eventuali scontri
verbali o fisici”.
La "donna arbitro"
Il movimento calcistico femminile è in forte crescita e parallelamente
lo è anche quello arbitrale. Per Stéphanie Frappart il mondiale in Qatar è
stato rilevante: “Abbiamo
una grande responsabilità perché sappiamo che se prendiamo le decisioni giuste,
questo potrà permettere ad altre ragazze di avere opportunità importanti.
Quando siamo in campo non rappresentiamo solo noi stesse, ma anche l’immagine dell’“arbitro donna”. E in Qatar non si parlava più di calcio ma di
“donna arbitro”.
L'esperienza come strumento
Come in ogni lavoro, l’esperienza è parte integrante
della capacità di svolgere al meglio la propria professione. Per quanto
riguarda l’arbitraggio, l’esperienza è utile a leggere meglio le situazioni.
Ancora Esther Stäubli: “L’esperienza aiuta a
gestire meglio le situazioni, soprattutto quando le hai già vissute. È come
usare una scatola degli attrezzi. Quando inizi ad arbitrare, è come se sapessi
usare solo un martello e più passano gli anni, più sai scegliere l’attrezzo
giusto”. Il ruolo dell’arbitro,
però, deve ancora -nell’imaginario collettivo- svestirsi di quella fama di
disonestà. E così lo è anche nel mondo femminile, dice Frappart: “A volte è difficile spiegare alla
gente che essere arbitro è un piacere perché ha un po’ un’immagine di
ruolo disonesto. Il calcio è un mondo di squali. Siamo sempre sotto accusa. A
fine partita, l’arbitro non vince mai perché ci sono sempre degli errorini. Ed
è dopo aver vissuto questi momenti difficili che abbiamo bisogno delle famiglie per permetterci di staccare e motivarci per tornare al top. La differenza tra
un buon arbitro e un ottimo arbitro si vede da come reagisce dopo un momento di
difficoltà”.
Arbitro o arbitra? Un lavoro soggetto alla discriminazione di genere
La discriminazione di genere, presente in ogni ambito
lavorativo, tocca anche il movimento arbitrale femminile. Le tre ospiti hanno raccontato
le loro esperienze: “Se mi sento giudicata
perché sono una donna? Beh, io guardo unicamente le prestazioni, non mi
interessa se l’arbitro è un uomo o una donna”, dice Stäubli. “Conta solo
la prestazione. Il più bel complimento che ho ricevuto era durante una partita
di Challenge League. I miei colleghi mi hanno detto che dietro di loro c’erano
due uomini anziani in tribuna e si sono accorti solo dopo mezz’ora che ero una
donna. Questo per me è il complimento più bello perché loro in campo hanno
visto l’arbitro, non la donna”. Stéphanie Frappart, invece solleva la questione fisica differente tra
uomo e donna: “Io ho
vissuto la mia prima partita di Ligue 1, in Francia, in un clima molto teso.
Per una settimana, i media parlavano solo di me, si chiedevano se fossi in
grado di potercela fare fisicamente. Tutti si interrogavano sulle mie qualità
tecniche e se il mio fisico mi permetteva di correre alla stessa velocità dei
giocatori. Tutti volevano vedere cosa sarebbe successo. Per me e il mio team,
non è stato facile gestire il pre e il dopo, ma sul campo sapevamo di potercela
fare senza problemi”. Sul
tema ha dato il suo parere anche l’italiana Ferrieri Caputi, mettendo l’accento
anche sulla questione linguistica: si dice arbitro o arbitra? "A me va bene
tutto. Quando mi fanno questa domanda rispondo sempre un po’ di pancia, senza
dimenticare il mio trascorso. Nei miei 16 anni precedenti era andare in contesti
diversi come i campi di prima e seconda categoria. Quando uscivano articoli sui
giornali o siti delle società il termine arbitra si utilizzava nel caso in cui
io avessi fatto degli errori. Se la connotazione di genere al femminile può
essere una cosa positiva, io non ho nessun problema. Se devo esprimere una
preferenza, per me è più naturale il termine arbitro”, conclude l’italiana.
Un arbitro donna nel calcio maschile
Un altro aspetto toccato durante la conferenza è come un
arbitro donna possa sostenere le reazioni da parte dei giocatori di sesso
maschile. Frappart ne sottolinea le differenze: “È
più facile arbitrare gli uomini o le donne? Sempre la solita domanda. Sono due
cose diverse. L’approccio, le tattiche, il management sono diversi, ma rimane una partita di calcio. Per me è la stessa cosa. L’unica vera
differenza sta nella parte tattica del gioco. Le ragazze vanno più velocemente
avanti, il pallone esce meno dal campo. Gli uomini invece prendono più tempo
per avanzare, ma il gioco è più veloce. A livello di management invece, secondo
me c’è una distanza tra l’uomo e la donna. Quindi, se sbaglio, il giocatore
contesterà e si lamenterà, ma le parole, l’aggressività e l’attitudine saranno
più pacate. È chiaro che non abbiamo tutti le stesse caratteristiche. Io non
misuro 1m90! Posso fare uno sguardo duro una volta, due volte, ma non
funzionerà ogni volta. Bisogna farsi rispettare diversamente, usando la
comunicazione. Per le ragazze, la storia è un po’ diversa. Loro hanno voglia di
giocare e barano un po’ di meno anche se, con lo sviluppo del calcio femminile,
anche questo sta arrivando”, conclude l’arbitro francese Stephanie Frappart.

