Ticino
50 anni fa, il rogo in Val Colla e la svolta nella lotta agli incendi
Redazione
08.06.2023 13:00

Foto: Immagine archivio Consorzio Valle del Cassarate e Golfo di Lugano
L’incendio del 1973 raccontato da chi lottò per domare le fiamme con l’ausilio dei pochi mezzi a disposizione in quegli anni.
Nel dicembre di 50
anni fa un gravissimo incendio devastò i boschi della Val Colla e della
Capriasca. Si tratta del peggior evento boschivo documentato in Svizzera e che,
nel male, rappresentò un punto di svolta nella lotta agli incendi. Martedì sera
l’evento è stato ricordato dal Consorzio Valle del Cassarate e Golfo di Lugano. In questa occasione, Ticinonews ha potuto incontrare un ex pompiere, Tiziano Delorenzi,
e un ex pilota, Reto Salzborn, intervenuti per domare le fiamme in quegli
ultimi giorni del 1973. “Feci circa 50 voli”, ricorda Salzborn. “Il fumo era molto
denso e in certi posti non osavamo neanche entrare, perché non si vedeva bene
la conformazione del terreno. Fu un lavoro estremamente difficile”.
Gli interventi
L’azione dei militi per
domare le fiamme si svolse senza elicotteri, “perché in quegli anni non erano
ancora in servizio”, prosegue Salzborn. “C’era invece il Pilatus Porter, che prendeva
700 litri d’acqua e li lanciava a venti-trenta metri al massimo dal suolo”.
Dopodiché, “doveva volare fino ad Agno, atterrare, aspettare che i pompieri riempissero
i serbatoi e poi ripartire. Ogni 15-20 minuti arrivavano due velivoli con 1'400
litri d’acqua”. Anche l’azione via terra era tutt’altro che semplice. “Non avevamo
mai visto niente di simile”, racconta Delorenzi. “Era come giocare a mosca
cieca. Singoli gruppi partivano dotati di pile, ma non c’era collegamento tra le
squadre, perché non disponevamo di ricetrasmittenti”. Inoltre, “c’era chi, come
me, aveva esigenze lavorative. Io ero impiegato in comune e il sindaco, che era
anche un forestale, mi aveva detto di rientrare, perché alla mattina la
cancelleria doveva essere aperta”. Al pomeriggio, poi, “rientravo in servizio”.
La svolta
Fortunatamente, nella
parte alta il rogo non poté passare il crinale del Monte Bar e si fermò da
solo, mentre in basso venne contenuto dai pompieri. Quei giorni segnarono una
svolta nella strategia di lotta agli incendi. “A inizio anni '80 venimmo dotati
di radio e potemmo quindi mettere in atto un’organizzazione e anche una catena
di comando, che ci permise di affrontare al meglio gli altri incendi nelle piantagioni,
soprattutto a Corticiasca. Nessun altro rogo ha mai avuto una propagazione come
quella con la quale venimmo confrontati allora”.
L’evento del 1973,
come detto, fu fondamentale per comprendere che non si può pensare di
contrastare i roghi senza un’organizzazione e degli attrezzi adeguati. Non
solo: in un’ottica di prevenzione, anche la cura del territorio è fondamentale.
“Ciò che è vegetazione diventa combustibile per il fuoco”, spiega Marco
Conedera dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio.
Per fare un esempio, attualmente una delle concause per la bassa frequenza di incendi
“è il fatto che non si possono più abbruciare gli scarti vegetali all’aperto,
ma occorre portarli nelle piazze di compostaggio”. Anche l’introduzione di regole
quali il divieto di accendere fuochi all’aperto in caso di pericolo di incendio
ha giocato un ruolo importante.
Le sfide del futuro
Guardando ai prossimi
obiettivi, lo scopo ultimo è evitare grossi incendi. “Uno dei maggiori problemi
riguarda ciò che succede nell’area bruciata una volta che il bosco è stato rovinato
dalle fiamme e non può più svolgere la funzione di protezione durante le precipitazioni
intense”, prosegue Conedera. Quando non ci sono più chiome, infatti, “l’acqua scorre
superficialmente e può causare alluvioni, frane, erosione, e c’è anche il rischio
della caduta di sassi. Non è vero che una volta spento l’incendio il problema è
risolto: in quel momento, per i forestali inizia il lavoro di prevenzione dei pericoli
naturali”.

