Giustizia
Accoltellamento nel Mendrisiotto, la Corte vuole riaggiornare la perizia
Redazione
03.04.2024 18:00

Foto: © CdT/TatianaScolari
Al centro del dibattito c’è la 43enne che, sotto l’effetto di droghe e alcol, ha accoltellato l’amico. L’indiziata ha espresso la volontà di rivedere il figlio, ma è incriminata per violazione del dovere di assistenza o educazione.
Sono
molteplici le ipotesi di reato nei confronti della donna, una 43enne
svizzera residente nel Mendrisiotto, protagonista di un accoltellamento
avvenuto nella notte del 17 febbraio dello scorso anno, come riferisce il Corriere del Ticino. Per la Corte però, prima di proseguire il dibattimento, è necessario aggiornare la perizia. Tra le accuse ci sono
quelle di tentato omicidio intenzionale, omissione di soccorso, violazione del
dovere di assistenza o educazione, infrazione alla Legge federale sugli
stupefacenti, ripetuta minaccia, ripetuta ingiuria e furto di poca entità. La donna è comparsa davanti alla
Corte delle Assise Criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta.
La disintossicazione
"Da
quando sono in cella non prendo più niente" ha detto la donna, difesa
dall’avvocato Roberto Rulli. La perita aveva proposto una
misura terapeutica per curare la tossicodipendenza, visto il periodo trascorso
dalla carcerazione e quindi la conseguente astinenza forzata. "Oggettivamente
non è più dipendente dagli stupefacenti" ha detto il giudice in aula, tuttavia si dubita dell’adeguatezza della misura proposta dalla perita
psichiatrica. Questo ha poi portato alla richiesta di nuova valutazione della
misura proposta.
La vicenda
Quella notte, la donna litigò con un amico con
cui aveva una relazione esclusivamente sessuale e brandendo un coltello per
tagliare il pane l’ha colpito all’addome e al braccio. "Lui ha tirato un pugno sul tavolo, mi
sono spaventata, sono andata in cucina e la prima cosa che ho trovato è stata
un coltello", si è giustificata l'imputata. La
ricostruzione nei primi verbali coincide con le sue dichiarazioni: "Ero
fuori, avevo il cervello andato". Poi lo sfogo: "Sono stufa delle botte degli
uomini. Voglio riprendere in mano la mia vita. Ho sbagliato. È umano sbagliare".
La somministrazione indiretta di sostanze a suo figlio
La
questione non è finita qui, infatti, come scrive il quotidiano ticinese, la
donna ha più volte espresso la volontà di poter riavere suo figlio, nato nel
2019. È una situazione decisamente sensibile anche perché l’imputata deve
rispondere anche dell’accusa di violazione del dovere di assistenza o
educazione. Oltre a sberle e sculacciate la donna, indirettamente, ha
somministrato al bambino sostanze stupefacenti. Nel sangue del minore, infatti,
l’Istituto Alpino di Chimica e di Tossicologia ha attestato la presenza di
cocaina e anestetizzanti quali lidocaina e prilocaina. “Non sono riuscita a
proteggerlo, ho perso il controllo” ha detto l'imputata, in lacrime, alla Corte.

