Voci natalizie
"Avere una sola grande banca non è un problema"
Redazione
28.12.2023 08:38

Sergio Ermotti è il primo ospite della puntata di “Non è sempre Natale”, durante la quale il presidente della direzione generale di UBS parla dell'integrazione di Credit Suisse.
Era il 29 marzo del 2023 quando UBS annunciava la nomina di Sergio Ermotti quale nuovo amministratore delegato e presidente della direzione a partire dal 5 aprile dello stesso anno. Un ritorno, quello del ticinese, voluto alla luce delle nuove priorità di UBS a seguito della prevista acquisizione di Credit Suisse. Una nomina che rappresenta un attestato di stima importante nei confronti di Ermotti, ma che comporta una responsabilità altrettanto grande.
Iniziamo da due prime pagine del Corriere del Ticino. La prima risale al
16 novembre 2011: “Ermotti resta al timone di UBS”. La seconda è del 30 marzo
2023 e dice: “Il secondo tempo di Emotti”. Partirei dal 2011. Qual era lo
spirito di allora?
“Ricordo molto bene quei giorni. Eravamo a Singapore con il Consiglio di
amministrazione e la Direzione Generale. Era appena stata scoperta questa
malversazione, che era costata due miliardi alla banca, e durante le riunioni l’allora
presidente della direzione generale diede le dimissioni. Mi ritrovai perciò,
dopo una serie di riunioni, con Kaspar Villiger che mi convoca in una saletta
del nostro ufficio di Singapore per chiedermi la disponibilità ad essere “ad interim” e da lì è nato un po’ tutto. Una situazione, anche in quel caso,
drammatica, sicuramente non però da paragonare a quella di marzo 2023”.
Visto che stiamo facendo un parallelismo, qual è lo spirito
attuale con cui ha preso in mano le redini di UBS?
“Uno spirito diverso: allora la questione era di prendere in mano una
situazione, definire una nuova strategia, ristrutturare la banca post crisi
finanziaria, in un contesto in cui sicuramente c’erano degli elementi
abbastanza chiari per UBS, ma che facevano parte di un quadro globale che ha
toccato tutto il settore. Questa situazione in cui sono stato chiamato ad agire,
invece, era l’intervento in una condizione molto chiara creata da Credit Suisse.
Allora le aspettative sul sottoscritto erano abbastanza basse, oggi credo che siano
diverse. Il contesto è differente, ma sono molto contento che UBS sia stata
chiamata a essere parte della soluzione; abbiamo anche chiuso un capitolo che
era in sospeso, ripagando un po’ un debito morale nei confronti della
Svizzera”.
Continuiamo con questa sorta di rassegna stampa: è uscita recentemente
la notizia che UBS prepara la successione a Sergio Ermotti, che potrebbe
lasciare dopo l’integrazione di Credit Suisse. Si è dato un termine?
“Sicuramente lascerò dopo l’integrazione di Credit Suisse, perché ho 63
anni e l’integrazione durerà almeno fino alla fine del 2026, perciò dopo questo
processo non credo sia auspicabile e giusto pensare che io resti per molto tempo.
Detto ciò, dovremo calibrare esattamente come farlo. Il problema della mia
successione è stato uno dei primi punti che ho sollevato quando ho parlato con
il presidente. Nei prossimi 2-3 anni il nostro obiettivo è creare una lista di potenziali
candidati che verranno poi valutati per fare una scelta. È un processo che, fra
l’altro, discutiamo ogni anno, perché le cose possono succedere anche in
maniera più repentina”.
Lei ha definito il declino di Credit Suisse ‘lento e doloroso, con un
finale drammatico’. Cosa risponde a chi da osservatore esterno si chiede come
sia stato possibile arrivare fino a lì?
“Purtroppo è stata una concomitanza di fattori negativi. Sicuramente c’è
stata una grossa responsabilità da parte del consiglio di amministrazione,
degli amministratori, i quali negli anni hanno lasciato che si creasse una
situazione che era chiara da tempo. Credo ci sia anche da fare una valutazione
se altri portatori di interesse, le autorità regolamentari e via dicendo, non
abbiano sottovalutato i segnali chiari che c’erano, perché quando hai una banca
così grande che strutturalmente perde soldi e preannuncia di continuare a
perderne negli anni a venire, o comunque di fare guadagni tutto sommato
irrilevanti rispetto alle dimensioni, c’è qualcosa che non va. I mercati finanziari
l’avevano già ben segnalato e c’è stata una sottovalutazione generale. Fattori
esterni hanno poi fatto sì che la situazione sfuggisse di controllo. Quando hai
un istituto così grande che perde e, inoltre, ha un problema reputazionale
chiaro, non c’è capitale o liquidità che tenga: le banche lavorano sì sulla
solidità finanziaria, ma soprattutto sulla fiducia. Se questa viene a mancare,
le cose diventano molto difficili”.
Il 2 settembre il presidente del Centro Gerhard Pfister aveva detto al
Tages Anzeiger: “Finché Sergio Ermotti è al timone non c’è bisogno di
preoccuparsi di UBS. La Svizzera è ai piedi di Ermotti”. Come vive questa
pressione?
“Sarebbe irresponsabile per me dire che questa è una passeggiata. In
ogni sfida che ho dovuto cogliere nella mia carriera c’è sempre stato un attimo
di paura. Questo ti tiene ancorato ai tuoi valori, ma serve anche a essere
focalizzato sugli obiettivi da raggiungere. Credo di avere la tranquillità e la
consapevolezza che la forza di UBS e del paese è stata dimostrata: si tratta di
una base solidissima per portare avanti l’integrazione in maniera
soddisfacente. Sono sicuro che alla fine di questo percorso questa situazione
traumatica vissuta sarà qualcosa che farà parte dei 160-170 anni di storia
delle due banche, un capitolo doloroso, sì, ma che farà da base per qualcosa di
più sostenibile e di ancora più forte”.
A suo avviso il problema maggiore è avere un’unica grande banca o il
modo in cui vengono gestiti i rischi?
“Avere una sola grande banca non è un problema. Averne due, se una poi di
fatto è fragile e crea danni reputazionali, non era la soluzione. La realtà
delle cose è che le dimensioni che abbiamo oggi sono importanti in relazione a
certi indicatori economici in Svizzera, ma se raffrontiamo la qualità del
bilancio di UBS oggi, aggiustando su dei rischi ponderati, siamo alla metà del
PIL. Non c’è quindi un problema di capacità finanziaria o di solidità. Se
guardiamo alla ricchezza della Svizzera come paese siamo tutto sommato ben
messi; se ci confrontiamo alle grandi dimensioni internazionali, quella elvetica
è una delle piazze finanziarie più importanti al mondo, e non può pensare di
avere attori di media taglia per poter continuare ad essere concorrenziale. Ciò
che è importante a livello svizzero è essere consapevoli che questa grande
banca non è un fattore dominante dal punto di vista della concorrenzialità: nel
nostro paese abbiamo circa 250 banche, abbiamo una buona concorrenza sia tra
istituti elvetici sia internazionale, e a livello cantonale sappiamo benissimo quali
sono le dinamiche. Tutto sommato non c’è da preoccuparsi”.

