EOC
Ceschi: "È importante continuare a far crescere quanto è stato fatto finora"
Redazione
07.04.2023 06:00

Alessandro Ceschi sarà il nuovo capo dell'Area di formazione medica e ricerca dell'EOC. Intervistato da Ticinonews, non ha nascosto che le sfide sono tante, come la penuria di farmaci, ma sono altrettante le possibilità che l'ospedale universitario porterebbe con sé.
Dal primo settembre
Alessandro Ceschi sarà a capo dell’Area di formazione medica e ricerca dell’EOC.
Un settore, quello sanitario, che da qualche anno sta affrontando diverse sfide.
Dalla pandemia alla scarsità di farmaci, per Ceschi, da noi intervistato, è
importante continuare a far crescere quanto è stato fatto fino ad ora.
Quali sono le sfide? più
importanti in questo ambito?
“Le sfide sono diverse, ma
sono prettamente positive e stimolanti. Si tratterà di continuare a far crescere quello che è
stato fatto fino adesso, come l'attività di ricerca scientifica che i medici dell'EOC
svolgono, anche in parallelo l'attività clinica. Si tratta quindi un’attività di
ricerca prettamente qualitativa che trova
infine riscontro in un impatto diretto nella cura dei pazienti e nella progressione
della medicina. Parallelamente andrà anche proseguito l'importante lavoro che è
iniziato 3 anni fa, in particolare con l'avvio della facoltà scienze biomediche
dell'USI e la relativa formazione dei nuovi studenti di medicina. Si tratta di
un importantissimo contributo che stiamo dando alla formazione di nuovi medici nel
Cantone”.
Recentemente il
Direttore generale dell'EOC Glauco Martinetti aveva anche parlato dell’imperdibile
occasione di diventare un ospedale universitario. Perché è così importante fare
questo passo?
“È un passo molto
importante e credo si possa definirlo strategico: non solo per EOC, ma per
tutto il Cantone. Di fatto, non si tratta di una questione di distintivi o di
prestigio, ma di garantire che i pazienti di questo Cantone possano beneficiare
maggiormente anche delle terapie più efficaci, innovative e sicure. Non da ultimo va
ricordato che un ospedale universitario è anche un importante elemento di
attrattività per specialisti, che idealmente dovrebbe riuscire a trattenerli nel
Cantone o essere almeno in grado di attrarre i migliori medici, sia dal resto
della Svizzera che da altri Paesi. Il tutto per poter garantire le migliori
cure ai pazienti. Inoltre, un ospedale universitario è un importante catalizzatore
di attività di ricerca ed innovazione: elemento ulteriore che andrebbe ad aggiungersi
a quel fermento che negli ultimi anni si sta verificando in questo Cantone nel
campo dell'attività di ricerca in biomedicina. Sarebbe quindi un passo
veramente importante per il Ticino, sia per la sanità che per le ricadute in
termini di attrattività di posti di lavoro e di aspetti economici”.
In qualità di Direttore
medico e scientifico dell'Istituto di scienze farmacologiche, ultimamente spesso si parla del sistema sanitario svizzero
alle prese con i problema approvvigionamento di farmaci. Che cosa sta
succedendo? Anche gli ospedali hanno questo problema?
“È un fenomeno complesso
ma non nuovo, da ricondurre a svariati fattori. La novità sono quindi la
gravità e il peggioramento che ci sono verificati negli ultimi anni, in
particolare negli ultimi mesi. Un periodo nel quale il fenomeno si è ‘delocalizzato’
e non è più gestito soltanto dagli specialisti, al punto che ora anche il cittadino
e il paziente ne sono toccati. Ed è un problema che chiaramente interessa anche
gli ospedali: noi siamo attivi già da anni e cerchiamo di prevenire proattivamente
la problematica, diversificando gli approcci e andando a reperire i farmaci laddove
ci sono. Inoltre, facciamo delle raccomandazioni modificando i protocolli, ma effettivamente
talvolta capita che il farmaco non sia né reperibile né sostituibile. In questi
casi è necessario cambiare la terapia del paziente. È un fenomeno che richiede
una soluzione complicata, la cui serietà è stata finalmente realizzata anche
dalla politica federale”.
Per questi farmaci
mancanti si riescono a trovare delle valide alternative?
“Solitamente riusciamo,
soprattutto in ospedale dove abbiamo una certa massa critica di farmaci a
disposizione. In questi casi siamo in grado di evitare qualsiasi impatto sulla
terapia del paziente e quindi a trovare delle alternative assolutamente
equivalenti. In casi rari è invece necessario fare una modifica della terapia, che
implica un cambiamento di trattamento, ma questo lo facciamo sempre proponendo
dei farmaci che siano altrettanto efficaci e sicuri. Non si tratta di scadere
nella qualità delle cure; parliamo quindi di un sfida importante che richiede grandi
risorse”.
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