Sanità
Cinque anni fa, in Ticino, il primo caso di Covid in Svizzera
Redazione
25.02.2025 19:02

Con il medico cantonale Giorgio Merlani e il direttore sanitario della Clinica Moncucco, Christian Garzoni, ritorniamo a quel momento di febbraio in cui il coronavirus ha fatto la sua comparsa nel nostro cantone. Merlani: "Lavoravamo da qualche settimana, eravamo più o meno pronti". Garzoni: " Ci siamo preparati come meglio potevamo".
Era
il 25 febbraio del 2020 quando in Ticino veniva registrato il primo caso di
Covid-19 in Svizzera. Da quel giorno, il mondo ha vissuto una crisi senza
precedenti che ha messo alla prova la scienza, la politica e la società intera.
A cinque anni di distanza, il medico cantonale Giorgio Merlani e il direttore
sanitario della Clinica Moncucco Christian Garzoni ripercorrono quei momenti
cruciali che hanno segnato il nostro territorio. "È la prima volta che
parliamo di quello che è successo nel 2020. Tre o quattro anni fa nessuno ha
fatto uno speciale sul tema, forse perché eravamo ancora troppo immersi nella questione",
fa notare Merlani ai microfoni di Ticinonews. Allo scoppio della pandemia in
Europa, con i primi casi in Italia, le autorità si stavano preparando, ricorda
il medico cantonale. "Noi stavamo lavorando da qualche settimana, eravamo
più o meno pronti. Sapevamo che era questione di giorni".
La prima conferenza stampa in Ticino
Anche
Garzoni ripercorre il momento in cui è stata organizzata la prima conferenza
stampa in Ticino. "Mi trovavo in vacanza a Splügen, a slittare. Ho
ricevuto una telefonata del medico cantonale che mi comunicava che
probabilmente avevamo il primo paziente ammalato alla Clinica Moncucco. Erano
le 16, ho guardato mia moglie e i bambini e ho detto: ‘le vacanze sono finite’.
Mi sono poi ritrovato, al volo, alla conferenza stampa a Bellinzona".
Erano giorni difficili, aggiunge Garzoni: "Il paziente per fortuna non
stava così male, ma l'emergenza era già scoppiata nel nord Italia e sapevamo
che sarebbe arrivata un'ondata grave. Ci siamo preparati come meglio potevamo a
quello che poi è arrivato alcune settimane dopo".
Come una medicina d’emergenza di guerra
Come
sappiamo l’ondata non lasciò indenne il nostro cantone. Presto i casi si
diffusero a macchia d’olio e le chiusure portarono progressivamente al primo
lockdown, con la conseguente pressione sulle strutture ospedaliere e il
personale sanitario. “Gli schemi di lavoro normali erano stati aboliti.
L'obiettivo era di salvare più vite possibile”, afferma Garzoni. “Spesso la
medicina di oggi non fa solo il necessario per permettere di sopravvivere, ma aiuta la
persona in maniera globale. Ebbene, il periodo della prima ondata è stato
portato avanti soprattutto con il motto ‘cerchiamo di far sopravvivere il
maggior numero di persone’". L'organizzazione dell'ospedale è stata
modificata. “Tutti i piani erano organizzati alla stessa maniera e un po’ alla
volta venivano riempiti i reparti, che sono stati poi svuotati alla fine
dell'emergenza. Era come una medicina d'emergenza di guerra”.
Momenti difficili
Al
di là delle cariche istituzionali, sotto il camice da medico e lontano dai
riflettori, anche il lato umano è stato messo a dura prova. E non sono mancati
momenti di scoraggiamento. “Da un lato dovevamo essere estremamente presenti,
attivi e molto solidi. Dall'altro però, umanamente, c'erano anche dei dubbi e
delle paure”, sottolinea Merlani. “Da quel punto di vista, non è sempre stato
facile”. "Mi ricordo, anche con tristezza, di alcune persone relativamente
in buona salute che hanno preso il Covid, hanno lottato e non ce l'hanno
fatta”, spiega Garzoni. “C'è anche un po' di rabbia, perché negli anni
successivi ci sono stati grandi discussioni sulle cause della morte. Io ne ho
visti morire tanti a causa del coronavirus: se non ci fosse stato il Covid,
probabilmente sarebbero ancora vivi”.
Cosa ci ha lasciato il Covid
Cinque
anni dopo il primo caso di coronavirus in Ticino, l’eredità lasciata dalla
pandemia è trasversale. “È rimasta una maggiore attenzione ad alcuni tipi di
malattie. Ogni tanto si vede qualcuno con il raffreddore che indossa la
mascherina sul treno. Ci sono persone che magari evitano di andare al lavoro quando non
stanno bene per non infettare i colleghi. Questa consapevolezza di poter essere veicoli
di infezioni che si trasmettono agli altri e di dover essere quindi più attenti nel
rispetto della collettività, ecco qui ho la sensazione che qualcosa sia cambiato”, conclude Merlani.

