L'intervista
Consumo di medicamenti, Tamò: "Dati insufficienti per parlare di leggerezza nelle assunzioni"
Redazione
30.01.2024 07:47

Il portavoce dell'Ordine dei farmacisti commenta la notizia dell'incremento dell'utilizzo di farmaci in Svizzera. "Sicuramente l'accessibilità da parte della popolazione è diventata più facile".
È notizia di oggi: nel 2022, più della metà della popolazione svizzera ha assunto un medicamento per un periodo di sette giorni. Dai dati risulta inoltre che negli ultimi 30 anni il consumo di medicamenti è in continuo aumento. Per analizzare le cause di questo trend e il suo possibile sviluppo, Ticinonews ha intervistato il portavoce dell'Ordine dei farmacisti, Federico Tamò.
Cominciamo
subito dal dato sul consumo di medicinali complessivo. Colpisce questo incremento,
dal 38% al 55% dal 1992 al 2022. Come se lo spiega?
“Per
prima cosa bisogna guardare cosa sono effettivamente i dati. Partiamo dal 1992
per arrivare ai giorni nostri, quindi sono trent'anni in cui ci sono stati dei
cambiamenti veramente importanti anche nella composizione della popolazione. Abbiamo
dunque un invecchiamento, delle malattie che sono diventate meno mortali ma più
croniche, e tutto questo automaticamente provoca un consumo e un fabbisogno di
farmaci superiori nella popolazione”.
Quindi
diciamo che prendiamo i medicinali per stare meglio, ma davvero tutti i
medicinali che assumiamo servono?
“Buona
domanda. Sicuramente ci sono delle direttive anche di de-prescrizione, che sono
applicate specialmente nei pazienti anziani, in cui si fanno delle scelte terapeutiche
proprio per migliorare e dare magari più qualità alla vita in questi ultimi
momenti. Sono degli aspetti che vanno sempre portati avanti con il tempo e si cerca
di essere molto più sensibili in quello che si dà e in ciò che è veramente utile”.
Lei
ha citato la questione anagrafica, ma oltre a questa c'è anche una questione
sociale? Si prendono medicine con più facilità, in modo magari più leggero rispetto
a prima?
“I
dati non sono sufficienti per determinare una leggerezza. Sicuramente
l'accessibilità ai farmaci da parte della popolazione è diventata più facile,
c'è una maggiore disponibilità e questo è qualcosa che permette a chi ha bisogno
di farmaci di ottenerli, cosa che magari nel 1992 era meno facile. Vi sono anche una sensibilità e una conoscenza maggiori delle malattie:
certe vengono diagnosticate molto prima rispetto a trent'anni fa, quindi per quelle patologie si instaura un trattamento precoce rispetto a una volta”.
C'è
anche il dato sui disturbi del sonno: una persona su tre presenta dei problemi
di questo tipo. Anche questo aspetto ha potuto constatarlo di persona sulla scorta
del suo osservatorio?
“Sicuramente
il sonno è qualcosa che è colpito. Se pensiamo al dinamismo e alla necessità di
essere performanti nella società attuale, si tratta di aspetti che vanno ad impattare
subito su quello che sono i problemi del sonno. Problemi per cui spesso si va prima a
cercare un aiuto con un farmaco. Ma vi sarebbero anche dei comportamenti e abitudini di
igiene del sonno da intraprendere, cosa che purtroppo è più difficile e richiede sforzi maggiori”.
Abbiamo
visto anche la crescita del consumo di antidolorifici. Ci sono altre categorie
di medicinali la cui assunzione aumenta?
“In
generale penso che gli antidolorifici siano un ottimo esempio: si fa più
attenzione e quando si ha bisogno di qualcosa lo si prende, ovviamente in alcuni
casi anche quando si poteva sopportare il dolore, ma questo è molto soggettivo; dipende dalla relazione della persona con il dolore e anche da quello che deve
fare l'individuo nel suo quotidiano. Qualcuno potrà tenersi il fastidio, mentre qualcun altro avrà bisogno di essere performante dal giorno zero. Anche tutto quello che sono i farmaci di accompagnamento nella popolazione
anziana sono prodotti che sono in enorme crescita negli ultimi anni e decenni.
Abbiamo poi anche dei nuovi medicamenti che portano a dei trattamenti
dove prima non c'erano soluzioni”.
Può
rientrare in questo quadro una maggiore facilità anche da parte dei medici a
prescrivere determinati tipi di farmaci?
“Penso
che i medici abbiano comunque una coscienza professionale ed etica nella
prescrizione del farmaco, dove serve ed è giustificato per il paziente. Non
penso che ci siano delle spinte unicamente a riguardo dei volumi. Sì, ci
sono delle prescrizioni in più, ma ci sono delle casistiche e un'anagrafica della
popolazione che giustificano nella maggior parte dei casi questi aumenti”.
Veniamo
al ricorso alla pillola contraccettiva, il cui uso diminuisce. Come spiega questa tendenza?
“Sicuramente
le pillole anticoncezionali, che erano la miglior soluzione all'inizio del 2002,
adesso possono lasciar spazio anche ad altre soluzioni anticoncezionali che
possono essere privilegiate, come ad esempio le spirali
o gli anelli vaginali. Dunque c'è una diminuzione proprio in quello che è la
pillola, ma si tratta di un passaggio a un'altra soluzione”.
Fin
qui abbiamo commentato tutti i dati e le cifre, ma dal suo punto di vista il fatto
che ci sia questo aumento dell'uso dei medicinali, è un aspetto positivo o
negativo?
“Si vive di più e questo è positivo. Inoltre, se guardiamo un altro dato
statistico, nel 2022, quando sono stati presi questi dati, avevamo l'85% della
popolazione che si riteneva in uno stato di salute buono o molto buono. Ovviamente
ci piacerebbe avere il 100%, però penso che l'85% dopo due anni di pandemia sia un
ottimo risultato e possiamo essere contenti di questo”.

