Ambiente
I laghetti alpini ticinesi sono meno acidi
Thomas Schürch
09.12.2022 09:45

Foto: Immagine Dipartimento del territorio
L’analisi dei dati raccolti in venti laghi di montagna ticinesi mostra un progressivo recupero dall’acidificazione. Ciò è principalmente riconducibile alla riduzione delle emissioni di anidride solforosa.
Il livello di
acidità nei laghetti alpini ticinesi è diminuito. A comunicarlo è il Dipartimento
del territorio (Dt), che ha provveduto a effettuare i prelievi annuali delle
acque di venti laghi allo scopo di analizzarne i principali parametri
chimici.
I risultati
L’analisi dei dati
raccolti, si legge in un comunicato, evidenzia “un progressivo recupero
dall’acidificazione”. Ciò è principalmente riconducibile alla riduzione delle
emissioni di anidride solforosa. Questa tendenza positiva rappresenta “il
presupposto per un recupero della biologia”. Tuttavia, sebbene la maggior
parte dei laghi analizzati oggigiorno non siano più acidi, i modelli matematici mostrano
come “non siano ancora state raggiunte le condizioni preindustriali”.
Dove sono avvenuti i prelievi
I sondaggi sono
stati effettuati nel Lago del Starlaresc da Sgiof, Lago di Tomè, Lago dei
Porchieirsc, Lago Barone, Laghetto Gardiscio, Lago della Capannina Leit, Lago
di Morghirolo, Lago di Mognòla, Laghetto Inferiore, Laghetto Superiore, Lago
Nero, Lago della Froda, Laghetto d'Antabia, Lago della Crosa, Lago d'Orsalìa,
Schwarzsee, Laghi dei Pozzöi, Lago di Sfille, Lago di Sascòla, Lago d'Alzasca. I
prelievi hanno interessato le concentrazioni di pH, conducibilità, alcalinità,
calcio, magnesio, sodio, potassio, solfato, nitrato, ammonio, nitrito, cloruro,
fosforo, carbonio organico disciolto, silice e alcuni metalli.
Acidificazione: di cosa si tratta
Il fenomeno dell’acidificazione delle acque superficiali è causato
dall’inquinamento atmosferico e ha avuto il suo apice negli anni 80’, “con
conseguenti effetti sulla biologia”. Si pensi, ad esempio, alla riduzione della
diversità senza cambiamenti della biomassa totale, o, nei casi più estremi,
all’eliminazione di tutti gli organismi. Tra i dati emersi spicca in
particolare il continuo aumento, proprio a partire dall’inizio degli anni
ottanta, del pH e dell’alcalinità dei laghetti alpini. Diversamente,
nella maggior parte dei laghi, le concentrazioni di solfato e nitrato, i
principali parametri per determinare l’alcalinità delle acque, “sono diminuite
fino al 2010 circa per poi stabilizzarsi”.
Di conseguenza, viene ipotizzato che, a corto termine, anche il pH e
l’alcalinità cesseranno di aumentare, stabilizzando la situazione attuale e
impedendo la continuazione del recupero dall’acidificazione.
Considerato che le deposizioni di solfato hanno raggiunto livelli molto bassi, “un
ulteriore recupero dall’acidificazione sarà in seguito possibile unicamente con
un ulteriore calo delle emissioni degli ossidi di azoto”.
“Minore diversità biologica”
I laghetti alpini sono ecosistemi estremi, caratterizzati da basse temperature,
povertà di nutrienti, lunghi periodi di oscurità invernale, seguiti da un breve
periodo con radiazione ultravioletta molto elevata. La maggior parte dei laghi
di montagna è presente sul territorio da alcune migliaia di anni, mentre alcuni
si sono formati in tempi più recenti come conseguenza del ritiro dei ghiacciai.
A causa di tutti questi fattori, rispetto ai corpi d’acqua che si trovano ad
altitudini inferiori, i laghi di montagna “sono caratterizzati da una minore
diversità biologica”. Essi sono dunque ecosistemi “particolarmente sensibili
alle attività antropogeniche” e, se da un lato si può considerare
praticamente risolto il problema delle piogge acide, “dall’altro le
deposizioni di azoto sono tuttora troppo elevate e gli effetti del cambiamento
climatico si cominciano solo ad intravedere”. In questo contesto, l’attività
dell’uomo “lascia delle impronte anche ad altitudini molto elevate”.
Gli effetti delle attività antropogeniche
Alle condizioni naturali estreme si sovrappongono gli effetti delle attività
antropogeniche: uno dei più drammatici risiede, nel secolo scorso, nella
progressiva acidificazione dei laghi più sensibili. Un fenomeno, questo, dovuto
alle deposizioni di sostanze inquinanti prodotte durante la combustione di
combustibili fossili. Infatti, a partire dall’inizio della rivoluzione
industriale, il continuo aumento del consumo di energia fossile ha causato un
incremento delle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di azoto.
Nell’atmosfera questi gas “possono trasformarsi in acido solforico e nitrico, causando precipitazioni acide”.
Il ruolo dell’agricoltura
Anche le emissioni
di ammoniaca provenienti da un’agricoltura sempre più intensiva contribuiscono
all’acidificazione del suolo e dell’acqua. La composizione chimica di un corpo
d’acqua è il risultato di una serie di “complesse interazioni tra la
deposizione atmosferica e la roccia”: maggiore è lo strato di suolo e la
presenza di rocce carbonatiche, maggiore sarà la capacità del bacino imbrifero
di tamponare l’acidità delle deposizioni. Molti dei nostri laghi alpini sono
circondati da rocce cristalline (granito, gneiss), che hanno una capacità di
neutralizzare l’acidità delle piogge molto bassa, e sono quindi considerati “sensibili”.
L’impatto del cambiamento climatico
In tempi più recenti, la sensibile modifica dell’ecosistema dei laghetti alpini
è riconducibile anche al cambiamento climatico. In particolare, “il graduale
scioglimento di ghiacciai rocciosi e di nevi perenni espongono alle intemperie
nuove superfici rocciose contenenti minerali facilmente degradabili che possono
raggiungere le acque superficiali”. In questi casi viene osservato spesso “un
aumento significativo soprattutto delle concentrazioni di calcio, magnesio e
solfato”. L’innalzamento della temperatura comporta, inoltre, un cambiamento
della copertura dei suoli con una migrazione verso altitudini più elevate di
molte specie vegetali. Non da ultimo, a causa degli inverni sempre più corti e
miti, il periodo vegetativo si sta allungando. Questi fattori “potrebbero
portare a un aumento della percentuale di azoto trattenuto nei bacini imbriferi
e, di conseguenza, a una diminuzione delle concentrazioni di azoto nelle acque
superficiali”. Diversamente, i modelli climatici prevedono in futuro
precipitazioni meno frequenti ma più intense che potrebbero causare esattamente
il contrario, ovvero “una diminuzione del quantitativo di azoto trattenuto dai
suoli e di conseguenza un aumento delle concentrazioni di azoto nelle acque
superficiali”.

