Salute
Long covid, "Gli autoanticorpi buoni vanno a inibire l’infiammazione”
Redazione
09.03.2023 18:57

Foto: © Ticinonews
Lo studio per cercare di comprendere i meccanismi del Covid è partito durante la prima ondata attraverso l’analisi del sangue di chi aveva contratto la malattia allora. Oggi i due post dottorandi Jonathan Muri Valentina Cecchinato sorridono per i risultati, pubblicati di recente sulla rivista Nature Immunology.
È di ieri la buona notizia che riguarda il mondo della
ricerca biomedica: un team di giovani ricercatori dell’IRB ha infatti scoperto
dei cosiddetti autoanticorpi buoni, la cui presenza contribuisce a spegnere la
risposta infiammatoria della malattia e i decorsi gravi. “Abbiamo scoperto che
esistono questi anticorpi nei pazienti che hanno avuto una malattia lieve”, ha
spiegato la post dottoranda dell’IRB Valentina Cecchinato.
Analisi del sangue
Lo studio per cercare di comprendere i meccanismi del Covid
è partito durante la prima ondata attraverso l’analisi del sangue di chi aveva
contratto la malattia allora. Oggi i due post dottorandi Jonathan Muri Valentina Cecchinato sorridono per i risultati,
pubblicati di recente sulla rivista Nature Immunology. Risultati che, studi
clinici permettendo, potrebbero contribuire a una svolta nel trattamento del
long covid. Una condizione che, secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica
(UFSP), riguarda circa il 25% di chi si è ammalato. “Abbiamo identificato una
classe di autoanticorpi specifici nei soggetti che presentavano una malattia
più lieve”, ci ha spiegato Muri. Quindi persone asintomatiche o con sintomi
lievi, così come coloro che non hanno sviluppato il long covid. “Pensiamo che
questi anticorpi possano in qualche modo prevenire o rendere la malattia più lieve
andando a inibire l’infiammazione”.
Come funziona
Una tesi, quella che ci è stata esposta dal ricercatore
bellinzonese, comprovata anche grazie alla collaborazione con atenei di oltre
Gottardo, italiani, statunitensi e britannici, che ha ribaltato le ipotesi
iniziali. I cosiddetti autoanticorpi, che di fatto non attaccano gli agenti
patogeni, hanno generalmente degli effetti negativi. “Gli anticorpi che abbiamo
riconosciuto sono anticorpi che legano delle proteine che si chiamano chemochine”,
spiega Cecchinato, precisando che queste vanno pensate come dei magneti, “delle
calamite che guidano le cellule del sistema immunitario nel luogo dell’infezione”.
Quello che i due ricercatori hanno trovato è quindi la presenza di questi
anticorpi “che bloccano l’attività di queste chemochine e impediscono alle
cellule del sistema immunitario di arrivare in maniera eccessiva nel sito d’infezione”.

“C’è ancora molta strada da fare”
Se la risposta immunitaria dell’organismo è infatti eccessiva,
l’effetto non è più benefico, anzi. Gli organi vengono danneggiati. Bloccando
le chemochine, invece, questi autoanticorpi lo impediscono. Come si generino,
ancora non è chiaro. “Quello che abbiamo visto noi è la presenza di questi
anticorpi”, spiega Muri, precisando che c’è però “ancora molta strada da fare e
non siamo ancora particolarmente sicuri di come questi autoanticorpi vengano
sviluppati durante l’infezione, quindi se sono già presenti prima dell’infezione
o se invece si sviluppano solo una volta entrati in contatto col virus”.
Possibili trattamenti
La ricerca apre però importanti prospettive per dei
possibili trattamenti, come ci conferma Cecchinato. “Noi ipotizziamo che questi
anticorpi che abbiamo scoperto possano essere utilizzati anche nel trattamento
del long covid, quindi evitare che questo si possa sviluppare in pazienti che
hanno maggiori rischi di sviluppare questi sintomi a lungo termine”.

