Voci natalizie
"Pensavo fosse più facile lasciare il Festival, mi manca crudelmente"
Redazione
30.12.2023 12:42

Foto: Immagine Ticinonews
Nello studio di "Non è sempre Natale" entra Marco Solari, che si racconta a pochi mesi dalla fine dell'esperienza alla testa del Locarno Festival.
Almeno di questo, nel 2024, possiamo essere certi: il Locarno Festival sarà ben diverso rispetto alle passate edizioni. Almeno sul piano dell'immagine esterna: dal 2000, ininterrottamente, il volto della kermesse è sempre stato quello di Marco Solari. Il prossimo agosto, al timone del primo evento culturale della Svizzera ci sarà infatti Maja Hoffmann. Il presidente degli ultimi 23 festival del film è il terzo ospite delle interviste di "Non è sempre Natale", condotte da Sacha Dalcol.
Come sta oggi Marco Solari, alla fine di quest'anno?
"Pensavo fosse più facile lasciare il Festival. Così
sembrava nei primi giorni. Razionalmente dicevo: finito un periodo, guardiamo
avanti. Poi mi sono accorto che è difficile. Naturalmente c'è il sollievo di non
aver più un'enorme responsabilità, anche perché le forze ti lasciano. Questo è
il motivo principale per cui ho dovuto abbandonare. Dall'altro mi mancano
enormemente le collaboratrici e i collaboratori, quelle chiacchierate al
mattino presto con i direttori per decidere dei progetti o come gestire le critiche.
Le arrabbiature, le delusioni e le gioie... Tutto questo manca crudelmente, ma
così è".
Lei nasce a Berna nel 1944. Che bambino era Marco Solari?
"Mio padre, ticinese e funzionario federale, aveva
imposto a mia madre, bernese dell'Emmental, l'italiano in casa (non il
dialetto). Io mi accorgevo di essere diverso dagli altri bambini. Sono arrivato
a scuola che non parlavo il tedesco".
Cosa voleva dire essere diverso allora, a Berna?
"Berna non era la Berna di oggi, era ancora abbastanza
chiusa. I ticinesi erano una sorta di colonia: c'era la ProTicino e si andava alle
loro feste. Si era in un certo senso 'tra di noi'. Berna poteva
essere anche dura. Le racconto un episodio: quando avevo 12 anni, comprai una bandierina ticinese da posizionare sulla mia bici, ma i bulli del quartiere mi bloccarono. Mi ricordo che mi dissero 'Tschingg': era un insulto diretto agli italiani e ai ticinesi. Dopodiché, mi strapparono la bandierina. Io reagii: con i pochi soldi che avevo, comprai due bandierine ticinesi da mettere sulla bici. Sono ancora fiero della mia reazione".
Poi un giorno ha voluto parlarne con sua madre...
"Il sacrificio di dover parlare con noi in una lingua che non era la sua,
era enorme. E lo ha fatto per noi. A un certo momento sentivo che il rapporto
con lei sarebbe stato molto diverso se io avessi avuto l'accesso diretto alla
sua lingua. Siccome a scuola si parlava il tedesco, a un certo punto mi sono
ribellato, decidendo di parlare tedesco. Una ribellione a cui si è associato
anche mio fratello. Mio padre ha reagito maluccio, poi lo ha rispettato. E per
questo gli sono grato: rispettava le mie scelte, anche se non le condivideva".
È vero che da ragazzino arrotondava la paghetta, portando
la valigia dei turisti dalla stazione agli alberghi?
"Andavamo a prendere i turisti americani. Avevo 12-13 anni.
Arrivavano da Lucerna a Berna, per poi andare verso Interlaken. C'erano in
particolare due alberghi: il Schweizerhof e il Bellevue. Prendevamo le loro
valige e mi sono accorto che il dollaro all'epoca era 5-6 franchi. Io mi
sentivo ricchissimo. È stato un contatto molto intenso con il turista. Avevo
avuto anche l'esperienza dell'albergo di San Pellegrino dei miei zii. Tutti
questi episodi mi hanno poi portato a scegliere il turismo, che è ancora il mio grande amore".
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