Davos
Un soccorritore ticinese al WEF: «Bisogna saper reagire a qualsiasi evento»
Thomas Schürch
23.01.2026 14:27

Giacomo Della Pietra, paramedico del Rettungsdienst Davos, racconta del suo impiego durante il World Economic Forum. «Occorre prendere consapevolezza che stiamo operando in un contesto particolare e può capitare di dover intervenire in ambienti non sicuri»
Conferenze, riunioni
e discussioni. Gli occhi del mondo in questi giorni sono stati puntati sul World
Economic Forum di Davos. La città grigionese ha attirato migliaia di
esponenti del mondo economico, politico, scientifico e culturale, tra cui
personalità del calibro del presidente statunitense Donald Trump. Un evento
simile richiede un enorme apparato organizzativo e un vasto dispiegamento di militari,
agenti di polizia e paramedici. «Abbiamo potenziato in modo importante il nostro dispositivo
nelle fasce orarie del WEF e rafforzato il servizio notturno. Riceviamo inoltre
un supporto intercantonale», spiega Giacomo Della Pietra, soccorritore del
Rettungsdienst Davos. «La nostra è una realtà geograficamente discosta – i
servizi ambulanza più vicini sono a 30-40 minuti – e il World Economic Forum è
il tipo di meeting che può comportare determinati rischi. Per tutte queste
ragioni, abbiamo consolidato la nostra capacità di intervento».
I rischi
Operare in
un contesto dinamico e talvolta caotico come quello del forum richiede una certa
consapevolezza. «Il fatto di avere qui dei “vip” di per sé non cambia
il nostro lavoro; noi dobbiamo garantire il pronto intervento come sempre. Il
nostro scopo è far sì che tutti possano ricevere i soccorsi come avviene abitualmente».
Bisogna però considerare che «le opinioni di una persona come Trump,
condivisibili o meno, possono provocare delle reazioni - pensiamo ad esempio a delle manifestazioni - e quindi problemi di sicurezza». Ciò può avere due conseguenze. «La prima, diretta, è che la situazione degeneri e sfoci in violenze, causando
il ferimento di persone». La seconda «è che dei manifestanti, anche pacifici,
blocchino le strade, rallentando un nostro intervento. Occorre prendere
consapevolezza di ciò: non stiamo più operando nella Davos degli sciatori, ma
in un contesto in cui si discute di temi delicati a livello mondiale e può capitare
di dover intervenire in ambienti non sicuri».
«Essere in grado di reagire»
Una delle minacce segnalate alla vigilia del WEF era quella
del terrorismo. «Il piano di sicurezza viene stabilito a tavolino ed è efficace.
Dopodiché, è impossibile mettere in atto tutte le variabili. Bisogna saper reagire», prosegue Della Pietra. La differenza tra un evento naturale
e uno violento «è l’intenzionalità: nella valanga non c’è volontarietà, in un’aggressione
sì. E questo rappresenta un elevato rischio per noi, perché la violenza può
anche essere diretta contro i soccorritori o i loro pazienti». Ragion per cui «siamo
formati sulla medicina tattica, che si occupa di studiare il lavoro sanitario
in ambienti ad alto pericolo. Prima del WEF, tutti noi abbiamo ricevuto una
preparazione di base in tal senso». La possibilità che capiti un attentato «è
remota, ma dobbiamo essere in grado di farvi fronte e sapere come muoverci. In molte
regioni della Svizzera la minaccia terroristica non è percepita, ci sentiamo
sempre “al sicuro”. A livello di prevenzione si potrebbe fare di più».
Un’esperienza esaltante
Malgrado l’attenzione ai massimi livelli, operare in un
ambiente come quello del WEF è anche stimolante. «Io mi sono trovato molto bene e non
ho percepito uno stress particolare. In questi casi vi sono semplicemente più variabili da
considerare e viene richiesto un impegno maggiore, ma è bello lavorare
collaborando con tante persone nuove», conclude Della Pietra.

