Confine
Pizzicata in dogana con decine di chili di carne non dichiarata
Ginevra Benzi
24.08.2022 09:41

Foto: © Fiorenzo Maffi
Un’ex gerente di un ristorante asiatico del Luganese è sotto inchiesta per aver importato merci e quantitativi di carne non dichiarati. Una scoperta che ha portato gli agenti dell’UDSC alla perquisizione del ristorante.
Dichiarare la merce acquistata quando si varca un confine
nazionale dovrebbe essere la prassi. Ma i furbetti sono sempre dietro l’angolo
e non lasciano di certo con le mani in mano gli agenti delle dogane. Lo scorso
maggio una Porsche proveniente dall’Italia è stata fermata al valico di San Pietro
di Stabio per un normale controllo, ma a non essere nella norma erano i
quantitativi di carne non dichiarata. Stando a quanto riportato dal Corriere
del Ticino, gli agenti dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei
confini (UDSC) hanno infatti trovato 13 chili di carne nascosta nel veicolo,
dove a bordo si trovava una donna. La stessa auto è stata pizzicata una decina di
giorni dopo a Vacallo al valico di Pizzamiglio, dove sono stati trovati altri
12,5 chili di carne, sempre non dichiarata. Per questi motivi è stata aperta un’inchiesta
penale doganale nei confronti della donna: il sospetto è che facesse costante ricorso
ad autisti reclutati a China Town (Milano) per il trasporto.
Auto intestata a un ristorante del Luganese
Il veicolo in questione si è poi scoperto essere intestato a un ristorante
asiatico del Luganese e a bordo, in entrambe le occasioni, c’era proprio la
gerente. A seguito di alcune verifiche è poi saltato fuori che la donna era recidiva:
già lo scorso anno era stata beccata già dagli agenti delle dogane con merce
non dichiarata. Una scoperta che ha portato gli agenti dell’UDSC alla perquisizione
del ristorante. Dopo aver controllato le fatture, gli agenti hanno ottenuto
dalla donna – che nel frattempo ha lasciato la carica di gerente – il permesso
di visionare preliminarmente il suo cellulare e controllare una chat relativa
all’organizzazione dei trasporti di merci dall’Italia alla Svizzera. Un
controllo che ha permesso all’UDSC di affermare che “sussistono fondati
sospetti che la donna abbia violato con la partecipazione di terzi la
legislazione federale. In particolare siamo indotti a credere che le
importazioni sospette siano avvenute sulla base di un sistema collaudato”.
La donna si dichiara innocente
Dal canto suo, la ex gerente si dichiara sostanzialmente innocente per quanto
riguarda il sospetto di aver messo in piedi un sistema di importazioni illegali
ben collaudato. La donna ha dichiarato ai funzionari UDSC di “aver sempre
ordinato la merce in Italia per telefono presso una ditta italiana
specializzata, incaricando in seguito su una chat di WhatsApp degli autisti
privati di China Town a Milano di consegnarle la merce in Svizzera”, dove pagava
gli autisti o in contanti o tramite carta di credito, senza il rilascio di
alcun documento; per contro le fatture in suo possesso venivano trasmesse al
suo contabile”. "Ha sempre confidato”, si legge nei documenti d’inchiesta, “che
gli autisti privati da lei incaricati e il suo contabile avevano
rispettivamente avrebbero ottemperato correttamente alle relative pratiche
doganali».

