Commerci
“La domenica non si vende”
Redazione
20.04.2023 14:52

Foto: ©Chiara Zocchetti
Le organizzazioni unite nel Comitato “La domenica non si vende” hanno lanciato ufficialmente la campagna a sostegno del referendum contro le modifiche alla Legge sulle aperture dei negozi.
Non una
piccola modifica di legge, ma un primo passo verso una liberalizzazione totale
degli orari di apertura dei negozi. È con questa motivazione che oggi i
sindacati, i partiti e i movimenti di sinistra hanno lanciato ufficialmente la
campagna per il tema in votazione il prossimo 18 giugno. Sul tavolo, lo ricordiamo,
ci sono tutta una serie di modifiche: l’aumento delle domeniche di apertura da
tre a quattro all’anno, il prolungamento fino alle 19 degli orari di apertura
nei festivi non parificati alla domenica, ma soprattutto il raddoppio delle superfici
di vendita da 200 a 400 metri quadrati dei negozi che potranno godere di un’apertura
generalizzata sette giorni su sette.
“Una decisione presa frettolosamente”
Un ampio
ventaglio di organizzazioni si sono dunque unite nel Comitato “La domenica non
si vende” a sostegno del referendum contro le modifiche alla Legge sulle
aperture dei negozi. I motivi per opporsi ai cambiamenti approvati dalla
maggioranza del Gran Consiglio “sono tanti e l’ampia adesione al comitato ne
dimostra la validità”, si legge in una nota. La decisione del Parlamento è
stata presa “con grande fretta, senza nessuna valutazione degli effetti concreti
sul personale e senza alcuna ponderazione della reale necessità di intervenire nuovamente
sulle regole del gioco a soli due anni dall’introduzione di notevoli cambiamenti
e ampliamenti”. La decisione di un’ulteriore liberalizzazione “è stata presa
tendendo in considerazione esclusivamente i desideri dei grandi commerci e non
le esigenze del personale impiegato nel ramo, di cui le organizzazioni
sindacali si sono fatte portavoce”.
I timori
I sindacati che hanno promosso la raccolta delle firme sono
in particolare preoccupati degli effetti che queste modifiche avrebbero sui
lavoratori. Che questa decisione sia benefica per aumentare il giro di affari
del commercio e quindi i posti di lavoro “è solo nelle dichiarazioni retoriche
dei promotori delle modifiche. È ora di dire la verità: non sono le chiusure
domenicali che favoriscono il turismo degli acquisti all’estero, quanto i
prezzi e il potere d’acquisto dei residenti in Ticino”. È noto infatti che i
salari in Svizzera “sono del 23% superiori rispetto a quelli ticinesi e questo
non favorisce certo chi deve comperare i beni di prima necessità, ma non solo,
in negozi i cui prezzi sono stabiliti a livello nazionale”.
"Si penalizzano i piccoli commerci"
Secondo il Comitato, inoltre, studi effettuati in Italia, che
da anni ha applicato la liberalizzazione di orari e giorni di apertura, “non
sono confortanti”. Si segnala infatti che il giro d’affari rimane costante, “ma
che gran parte del fatturato si concentra durante il weekend”. La
liberalizzazione, poi, “penalizza i piccoli commerci che hanno meno personale e
risorse a disposizione per garantire una disponibilità così ampia”.
Un momento che non deve essere destinato al lavoro
I membri del Comitato “La domenica non si vende” ritengono
inoltre che la domenica sia un giorno da dedicare ad altro: famiglia,
spiritualità, cultura, riposo, svago, sport. La società, le persone, le
famiglie “hanno bisogno di una giornata in cui ci si distanzi dalle normali
logiche commerciali per dedicarsi a quanto di più importante c’è nella vita. Un
tale ampliamento degli orari di apertura apre la strada a un indebolimento
inaccettabile del divieto di lavoro domenicale. Se oggi crollerà la tutela del
riposo domenicale nel commercio, prima o poi crollerà in tutti gli altri
settori professionali, verso una società dove riposare e passare il tempo con
la propria famiglia non sarà più un diritto, ma un lusso che solo pochi
privilegiati potranno esercitare”.

