Media
La libertà di stampa al centro del dibattito dell'Usi
Red. Online
05.05.2026 12:55

Ieri sera nell'auditorium dell'università sono stati presentati tre cortometraggi che mostrano la «catastrofica situazione» a Hong Kong, Gaza e Iran
Nonostante il buon piazzamento (8° posto) della Svizzera
nella classifica della libertà di stampa pubblicata da Reporters sans
frontières, nel nostro paese non c’è una vera e proprio politica dei media. E
la nostra democrazia è a rischio. Se ne è discusso ieri all’Usi in un dibattito
pubblico promosso da varie organizzazioni, tra cui Amnesty International e
Syndicom. Tre cortometraggi presentati all’ultima edizione del DIG (Documentari
Inchieste Giornalismi) Festival hanno mostrato la «catastrofica situazione
della libertà di stampa a Hong Kong, Gaza e Iran». Zone di guerra dove i
giornalisti vengono incarcerati e spesso uccisi nello svolgimento della loro
professione. Philip Di Salvo, accademico, giornalista e membro del comitato
direttivo del DIG Festival, ha ricordato che a Gaza sono stati uccisi più reporter
che in tutte le guerre del secolo scorso.
La serata
Colin Porlezza, direttore
dell'Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell'USI, ha aperto la serata
affermando che la situazione globale della libertà di stampa non è mai stata
così allarmante, con il giornalismo «soffocato da un discorso politico ostile»
e sottoposto a una pressione accresciuta da «leggi utilizzate come arma contro
la stampa». Quando invece dovrebbero essere le stesse leggi a tutelare il
lavoro dei giornalisti, come ha fatto notare Gabriela Viveros della Fondazione
Diritti umani: «L’articolo 17 della Costituzione federale garantisce la libertà
di stampa: la tutela di questo diritto da parte delle istituzioni è
indispensabile».
Le criticità
Come detto, nonostante la Svizzera si posizioni comunque all’8° posto
della classifica della libertà di stampa, non mancano i problemi. «Le
restrizioni giuridiche penalizzano il lavoro dei giornalisti, mentre il
contesto economico è sempre più difficile», ha affermato Roberto Porta,
presidente ATG (Associazione Ticinese Giornalisti). «E su questo punto, il
sostegno ai media, la politica è (quasi) del tutto assente. Nel nostro paese
non c’è una vera e proprio politica dei media. In altri termini, la nostra
democrazia è davvero a rischio». «Anche quando la popolazione si è
espressa chiaramente, contro la No Billag anni fa e lo scorso 8 marzo contro il
dimezzamento della SSR, la politica continua a ignorare questo messaggio», ha
fatto eco Riccardo Mattei, segretario regionale del Sindacato Svizzero dei
Media (SSM).
Raggi di speranza
C’è però qualche timido segnale positivo. A fine aprile Syndicom
e Impressum hanno approvato un accordo di settore per la Svizzera tedesca e il
Ticino, introducendo condizioni minime di lavoro, dopo oltre 20 anni senza un
contratto collettivo per i media privati. Il 7 maggio questo accordo dovrà
essere formalizzato dai datori di lavoro. «È la dimostrazione che non possiamo
lasciare tutto alle logiche del mercato. Dobbiamo dirlo chiaramente: questo non
è un punto d’arrivo, ma di partenza. Nei prossimi tre anni va costruito
un vero contratto collettivo, con regole chiare, diritti concreti e tutele per tutti», ha dichiarato Nicola Morellato del Sindacato dei media e della
comunicazione Syndicom.

